Io adoro le minoranze e anche Erasmo da Rotterdam, sebbene c’entrino pochino luncollaltro. (E non dite che non si scrive così, perché suona benissimo). Adoro le minoranze perché in esse sopravvive l’autenticità che nelle maggioranze si perde, e perché le maggioranze confortate dalla superiorità numerica non ricercano niente se non nei punti di comune guadagno. Che non sarebbe neppure una cosa sbagliata, se non fosse che in realtà è una declinazione dell’egoismo più indaco. Perché sappiatelo, l’egoismo è proprio indaco. Nel senso che esiste ma è un colore che esiste senza essere considerato. E adoro quando Erasmo parla di “accettare gli scarti del sentire comune”. E ha scritto un’opera il cui solo nome mi emoziona. Elogio della Follia. Comunque.
Penso al vecchio Sartori, che definiva la democrazia “un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano”.
(E può mettere tristezza vedere un certo governo, anche se forse fa più tristezza non vedere un’opposizione che abbia qualcosa per cui opporsi. E perdonatemi se io c’avevo creduto. Ci sarebbe da approfondire, ma non sono il tipo adatto per gli approfondimenti scritti).
I primi e quelli che credono di esserlo devono ringraziare le minoranze, perché senza di loro non avrebbero di che esultare. Nelle gare c’è qualcuno che arriva primo solo perché qualcuno invece è secondo.
(e ci sarà sempre un po’ di travaso: chi non vuole essere minoranza, e sogna la cravatta del manager e tenta di salire e salire. E magari ce la fa. E chi invece si gira intorno nel proprio ufficio e le scarpe nuove cigolano su un parquet che fa risuonare un senso di solitudine che i molti sorrisi e le molte strette di mano e le molte email e le molte telefonate non avevano mai amplificato. E quindi decide di non essere maggioranza, e va dall’altra parte.)
(Chi non vuole più essere minoranza non sempre però ha la possibilità di uscire dalla propria condizione. Per generazioni e generazioni in minoranza, e nessuno che, di quella famiglia, è riuscito a riscattarsi. Mancanza di soldi, un regno sbagliato, una malattia, un’altra guerra. Perché in realtà, sono solo pochi ad essere volontariamente minoranza.)
Ed è da qui, forse, che nascono forme di violenza diffusa: lo stupro, il furto, lo scippo in villa. I primi classificati mettono in mostra quello che hanno, e i secondi lo vogliono acchiappare.
(non è un giustificare eh)(non ne faccio una questione di legge, di disagio o di politica, ma di cuore)
E così, mi veniva da pensare: chi sceglie di essere minoranza volontariamente, quindi, è uno che ha scelto deliberatamente di perdere. Un folle. Che ha capito che non c’era proprio niente da vincere.
(come la tifoseria della Juventus e quella della Fidelis Andria. Per intendersi. Ma già lo sapevate, che io tifo per gli altri. Chiunque siano gli altri.)
Basta qui.

Volevo salir sul colle a far giuramento, ma non si può se non si hanno dei precedenti per mafia, per essere stati socialisti-lesti, per criminalità ordinaria o straordinaria, per eccesso d’amor padano o per aver fatto la spalla di Magalli nello splendido programma Piazza Grande.

E così, fulmen in clausola, che non so perché non l’avevo ancora detto (se non a pochi intimissimi, come le mutande), ho scritto un libro. Non ha un titolo perché proprio non mi viene. C’è un po’ da ridere ma qualcuno c’ha pianto. Sono convinto di aver scritto cose molto migliori nella mia lunga vita, più originali, scritte meglio, eccetera. Però è intero e finito, ed è una cosa strana.
Che tua madre si domanda com’è possibile che sia successo questo, ma questo personaggio è vero o inventato, ma non fumerai mica così tanto come il protagonista, ma quella ragazza di cui parli è una vera o no? Ma esiste? Dai, me lo dici?

Ma mamma, quando leggi Montalbano mica vai da Camilleri a chiedergli se quella tizia descritta per caso ha qualcosa a che vedere con sua suocera.

Byebye

Troverò pure un modo per smettere di ascoltare il disco nuovo, cavolo.

ionontremo88 @ 21:33 | commenti (19)(popup) | commenti (19)

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, anche se ho sempre pensato, dal piano Marshall in poi, che sia fondata sul consumo. Che non sia fondata sul lavoro, perché se i ragazzi sono parcheggiati quinquenni e lustri eccetera  nelle università e poi sono precari incerti disoccupati e incazzati a vita, vuol dire che il fondamento di questa repubblica già viene a mancare. Non che ci sia tutta questa voglia di lavorare. Comunque beh: “sul lavoro” ok, ma “democratica” ...
Al primo maggio a Roma diciamo che c’era tutta la sinistra che non è entrata in parlamento: cosa fai, non entri in parlamento? Vai al primo maggio. Quindi cori contro Alemanno, cori contro Berlusconi. Ma va detto: con poca grinta, finivano subito.
Era meglio giocare a fare Woodstock. Ho preso d’imbecille quando ho chiesto a uno dove era un cestino. È tutto un cestino. Quindi l’estate faceva il soundcheck e ci spellava lo spellabile con fare arrogante e quando dal cielo passava un filo di vento levavo gli occhi in alto e dicevo “sì! Bravo Dio, lascia aperto!”.
(e scorrevano, in mezzo al gruppone, litri e litri di etilene sotto varie forme, per non parlare di sostanze di natura vegetale. Qualcuno non ha retto, qualcuno si è astenuto, qualcuno si è moderato, il più ManuelAgnelli del gruppo –non per somiglianza, ma per adorazione e conoscenza- ha fumato più di dieci bambini da solo e bevuto chissaqquanto. A Woodstock, detto tra di noi, almeno c’era verso di concludere distesi sul prato.)
Al primo maggio no, perché non c’è spazio, e poi siamo veramente troppo impegnati ad essere arrabbiati contro i morti sul lavoro, noialtri. Che poi tra i presenti, mi piacerebbe sapere quanti sono gli studenti e quanti gli operai. (Io un po’ lavoratore sono, solo un po’, ma in un ufficio-redazione è difficile morire. Oddio, in qualche ufficio si potrebbe morire di noia, ma questa è una questione diversa.)
Basta coi morti sul lavoro: sono convinto che qui qualcuno stia un po’ svarionando.
Le statistiche ci dicono che ci sono circa 3 decessi ogni giorno sul posto di lavoro, più di mille l’anno. Ecco: dalla Thyssen in poi (a parte il fatto che ogni partito ha fatto a gara a chi candidava il sopravvissuto migliore. Il sopravvissuto da trattare come un caso raro, come un’eccezione di cui stupirsi, come l’ornitorinco allo zoo, mentre in realtà lo straordinario era il dramma della scomparsa degli altri. E i partiti ci ricamavano sopra. Che bravi) dalla Thyssen in poi è partita la mania. Sembra che tutti muoiano sul lavoro da oggi. Al tiggì la sera: anche oggi un morto sul lavoro. Ma non ci dicono niente di nuovo. Anzi, se la media giornaliera è tre, si potrebbe arrivare quasi a concludere che ne sono morti pochi. E invece no, ci indignamo, diciamo mamma mia, diciamo: bisogna fare qualcosa, e in realtà non sappiamo cosa cazzo fare, perché le morti causate da scarso controllo e manutenzione dei macchinari e delle strutture sono evitabili, ma sono molte meno rispetto a quelle provocate dalla distrazione e dall’errore umano. L’errore, che è la cosa più umana che possa esistere. E’ uno di quei drammi antichi come la storia dell’uomo, a cui non è facile mettere fine, perché è una questione legata alla sopravvivenza nel mondo, è questione esistenziale.
E ancora una volta: bisogna fare qualcosa, ma io non ho idea di cosa sia.
(un saluto a C, che quasi due anni fa bruciò in officina, amico di amici, a cui una canzone dai versi meravigliosi il mio compagno scrisse.)
E smettiamo, noi giovani, di fare discorsi sulla classe operaia: che siamo la brutta copia della copia brutta dell’entusiasmo di un tempo.
(perché a destra è normale che l’ignoranza e l’indifferenza sia diffusa e fatta di massa, mentre a sinistra se inizi a strumentalizzare e prendere con leggerezza ciò che invece ha peso, lo svuoti del suo valore, lo annulli, o lo mandi a farsi fottere)
Tanto che la Libertà è fare ciò che ci pare, l’Uguaglianza è trombare senza distinzioni di sorta, la Fratellanza non l’ho mai capito bene, credo sia tipo guardarsi intorno e vedere che tutti hanno la maglietta dello stesso colore, e che in un certo senso siamo della stessa squadra. (Questo brutto discorso tanto per sputare un po’ su certi vicini di concerto, che argomentavano sulla Resistenza confondendola con il ’68 e con il ’77.)
(e la musica strabolliva e faceva pogare –per forza di cose, ogni movimento era una botta al vicino-, e i gruppi salivano e il palco girava e qualcuno era forte e qualcuno meno, e abbiamo fatto battute su Tricarico, goduto sui nomi noti, compreso perché altri fossero sconosciuti ai più, eccetera.)
Poi gli After, siccome tutti avevano fatto3 pezzi, sono saliti e ne hanno fatti6, perché sapevano che ero lì e ne avevo bisogno. Un po’ di album nuovo (già cantato a squarciagola), una QuelloCheNonC’è fatta con l’armonica che manca poco piango, eccetera. E poi Baustelle e Marlene Kuntz e via verso casa.
Che la Fiorentina ha perso ai rigori, e se non dormo, ci sta pure che divento triste e sto male, dopo una giornata così luminosa. Devo dormire e non pensarci. Sono felice, se penso alla sconfitta in coppa Uefa soffro. Ah, maledizione. Già ci sto male. Ah già! È scattata la mezzanotte, è il due maggio: m’importa un po’ dei lavoratori, sta uscendo, in questo momento, il disco nuovo degli Afterhours. Ho una spesa da fare.
Byebye

p.s. dovevo trovare Briseide dalle converse bordeaux, ma non è stato facile.

ionontremo88 @ 11:48 | commenti (24)(popup) | commenti (24)
(e così, per sfuggire alla pesantezza di certe considerazioni variopinte di carattere socio-politico-economico-letterario-calcistico-eccetera, ci si ritrova a scriver le solite minchiate)

“Scusami, volevo farti una domanda importante”
“dimmi”
“Mi ami ancora?”
“sì”
“quanto?”
“3,18”
“uh?”
“…”
“ma scusa eh”
“sì”
“3,18 cosa?”
“3,18 udaq!”
“udaq?”
“UnitàDiAmoreQuantizzato. E’ un’unità di misura. Internazionale”
“accidenti”
“è utile, perché permette di capire senza margine di errore quanto bene intercorre tra due persone”
“figo”
“ci sono alcuni parametri che vanno sommati moltiplicati divisi e integrati, e alla fine viene fuori una cifra, espressa in udaq”
“accidenti bello”
“i parametri sono: accelerazione cardiaca, profondità di schiavitù emozionale, predisposizione a considerare tutto ciò che non va, regali mensili, cuori peluches per camera, lunghezza del pene/disponibilità della vagina, grado di sopportabilità dei parenti rispettivi, uniformità di capi vestiari, conformità di generi musicali, peso del portafogli espresso in chilogrammi, grado di rivalità delle rispettive squadre del cuore, altezza, peso, numero di scarpe, distanza espressa in metri tra le abitazioni (in caso i due non vivessero sotto lo stesso tetto)/distanza media espressa in metri tra i bordi delle superfici occupate nel sonno nel letto matrimoniale(in caso di matrimonio o altre varie forme di convivenza), titolo di studio, grado di apprezzamento dei prodotti Ikea, simpatie politiche espresse in litri di vomito”
“ganzo”
“ah, già, dimenticavo: tutto diviso per i giorni della sperimentata frequentazione”
“eh, beh, logico”
“già”
“e come hai fatto a scoprire di questa cosa?”
“su internet, mi sono informato un po’, e ho trovato il modo di fare questo piccolo test”
“non ti bastava la bellezza dello stare insieme?”
“sìsì, ma volevo la conferma scientifica”
“…”
“sensate esperienze e necessarie dimostrazioni, come diceva Galileo”
“mmm”
“pensa, ho provato anche a fare il test con i parametri di altre ragazze”
“perché scusa?”
“un po’ di sana curiosità scientifica!”
“mmm”
“comunque i risultati sono confortanti sotto diversi aspetti. Nessuna delle ragazze considerate ti ha superato. Quella che più si avvicina a te (la chiameremo X’), pensa, ha preso solo 2,92 udaq”
“menomale”
“credo di aver riscontrato una piccola falla nel meccanismo, o un errore di calcolo. La nonna ha totalizzato 24,34 udaq. Più di quanto intercorreva – spiegava il sito – tra Topolino e Minnie”
“e perché hai provato con tua nonna?”
“boh, così, curiosità scientifica…”
“comunque accidenti, sono stupita, nonna a parte, dell’affidabilità di questo metodo scientifico”
“già”
“pensa, adesso sai esattamente di volermi 3,18 udaq di bene. E’ una cosa precisa, non c’è scampo!”
“già”
“è inespugnabile”
“sì”
“la nostra felicità di coppia è ben calcolata e provata e dimostrata scientificamente”
“proprio così”
“la scienza, credo, ti ha annunciato che siamo uniti e stabili”
“già”
“ecco, bene. Sai perché ti ho chiesto se mi amavi ancora, e quanto?”
“perché?”
“perché ti lascio, ho un altro da due mesi”

---fine---
(la foto a sinistra dovrebbe rispecchiare tutto il senso dell'abbandono, della solitudine, della disperazione, del cuore infranto, e degli emo)

Poi avrei da annunciare che adesso comunque tutto è migliore, perché Billy, la mia nuova libreria Ikea, mi ha fatto scoprire la bellezza di quel mondo di origine svedese, che assomiglia così tanto, almeno nei cataloghi, al concetto più alto di felicità. Sembra che te la vendano a pezzettini da ricomporre, la felicità. E la cosa grandiosa è che funziona pure.
(Mi sentivo tipo Geppetto con Pinocchio, ma senza trucioli, nasi allungabili e altri riferimenti fallici. Ma lasciamo stare via)
Non parlerò mai più di politica (o almeno fino a che le contingenze non renderanno certe considerazioni inevitabili. Ma nel frattempo siate vigilanti!)
Byebye


ionontremo88 @ 15:53 | commenti (27)(popup) | commenti (27)

(primissimariamente vorrei dire che in realtà la cosa della primavera e dell’oralegale ci avevano un po’ fregato, perché è arrivata una pioggia brutta ma brutta brutta. Però, e questo è un gran trucco, uno se la può fare da solo la primavera. Prendi tante componenti, e le incastri: un vaso con i fiori, una maglietta gialla, delle risate senza senso, una bella canzone, un gelato al kiwi. E alla fine, nonostante la pioggia, le cose non vanno così male)

Dopo una notte passata ad argomentare con Rousseau e Montesquieu (che a questo punto posso dichiarare ufficialmente amici miei, simpatici, colti, ma non troppo sboroni) le cose sono più chiare.
(E poi mi stanno simpaticissimi perché sono dei perdenti. Cioè, sì: hanno ragione, glielo riconosciamo tutti, ma sono stati fatti fuori. Montesquieu soprattutto. Lui che ci teneva tanto, a separare i poteri. E io insomma ci sento molto per loro due, e per chi perde in generale. Mi stanno simpatici gli ultimi. E sono felice quando gli ultimi poi non diventano più ultimi. Negli ultimi c’è un eroicità senza tempo.)
(Chi perde – rispetto a chi vince –ha pure più poesia.)
Comunque Montesquieu e Rousseau erano in gran forma, nonostante la preoccupazione per le elezioni. Il secondo insisteva a parlarmi del contratto sociale – e un pochino a dire il vero mi annoiava pure -, ma Montesquieu giuro che non mi ci faceva pensare a certe noie, perché Montesquieu raccontava barzellette su Berlusconi, e mi diceva anche che il giorno in cui quel certo politico sarebbe morto, e qui aveva alcuni dubbi, a quel politico, Montesquieu, gli avrebbe dato due belle pacche sul collo.
E Rousseau, che l’ho detto, all’inizio soprattutto mi stava super simpatico per mille motivi, iniziava a diventare paranoico e ripeteva cose tipo “rappresentanza rappresentanza? Si perde la sostanza!” e terribili filastrocche di quel tipo. Allora Montesquieu per calmarlo ha iniziato a cullarlo un poco, ci saranno tempi migliori, gli sussurrava all’orecchio. Tenerissimo.
Poi mi sono addormentato, e non c’era più nulla. Nulla nel senso che non c’erano più loro, perché quando dormiamo certa gente non disturba, e lascia i sogni sgomberi.
Stamattina però li ho trovati in cucina, Montesquieu un po’ stanco (chissà che ora aveva fatto a calmare il suo amico), e Rousseau che leggeva il giornale (non Il Giornale) mentre mangiava ciambelle.
Abbiamo discusso ancora un po’, ragionando circa l’astensionismo, leggi da fare e da non fare, la morte delle ideologie e il campionato di serie A.
Gli ho fatto capire su chi avrei fatto la croce, come e perché, e tutto sommato erano piuttosto d’accordo, ci poteva stare, era proprio l’unica soluzione, anche se boh. Rousseau insisteva ancora – giustamente, mapperò scendiamo dalle nuvole - sulla storia della rappresentanza e della democrazia diretta, ma una ciambella gli rimase di traverso. E i morti è vero che non possono rimorire, però ve lo garantisco, le ciambelle vanno di traverso anche a loro. Quindi tossì e smise di parlare. Montesquieu mi disse una cosa nell’orecchio, e mi fece proprio ridere, e gli diedi il cinque, perché era proprio uno forte, lui. Poi era l’ora di salutarsi, e infatti ci salutammo. Loro non potevano votare, perché non erano cittadini italiani, e soprattutto erano un po’ morti, ma comunque erano interessati e impegnati, e anche se a questo punto ormai simpatizzavano con l’antipolitica avevano trovato un sistema attivo per partecipare –nonostante lo sdegno- in maniera propositiva. Erano in gamba sì. E andarono a casa, togliendo il cocchio dal mio garage, e andarono via, promettendomi che sarebbero tornati, e che magari sarebbero pure venuti con Tocqueville.

(perché ero convinto, a quel punto, che l’incazzarsi non servisse a nulla, e che la prima mossa per trovare tranquillità –che non fosse l’indifferenza- era proprio quella della consapevolezza. Più sei consapevole più sei forte.)
(ma è vero pure che più pensiamo e più scopriamo e più sappiamo, più è grande la sofferenza e la responsabilità)

(ma insomma, oggi ero per la prima versione)
E avrei millemila altre cose da dire, circa un libro ad esempio, ma lo farò con calma, eventualmente.

Resistenza!
byebye

(il kiwi l'ho messo perchè non sapevo che foto cercare, e mi è parso carino, se tanto dovevo scegliere a caso, in questo sbandierare buoni sentimenti, inserire un'immagine colorata)

ionontremo88 @ 14:43 | commenti (16)(popup) | commenti (16)

Scrivo giusto perchè è troppo che non lo faccio, e per dare spiegazioni.

Io quando arriva l’ora legale sono sempre molto felice. Perché c’è più sole, senza troppi giri di parole. E in ogni caso più luce. E diciamo che ho un periodo di scarsissima produttività lavorativo-scolastica, ma è pure un periodo in cui ho alcune cose da fare che mi prendono totalmente.
Quindi non so, magari scriverò ancora meno per un po', qui sul blog.
Ci sono altri motivi di essere felici: il disco speciale degli after che esce su XL, l’editoriale di Scalfari su Repubblica (che io mica lo adoro lui) (però oggi sì), le muse che siccome arriva il caldo si mettono in bikini e sono più suggestive, il campionato che si è riaperto, gli amici che salutano prima di partire e quelli che informano su ogni cambiamento climatico interiore e sullo scioglimento dei dubbi. Sarà che ho letto Despero, di Gianluca Morozzi, e devo ammettere che è un libro piuttosto definitivo, ed è uno di quei libri che io per me personalmente in modo assoluto non potevo non leggere. Un romanzo di rock, amore e strade. Scusa, Cristo, con un sottotitolo così.
Seguo con fare appassionato gli svarioni di tutti i partiti, e in nome della partecipazione politica sto ben attento a chi scegliere. Potrei dire: no, non vado, non voto, che palle, che schifo, sono dei sudici, non mi rappresentano. E invece mi metterò alla ricerca del meno peggio (scelta non facile), bilancerò sui piatti ciò che secondo me è da evitare, e mi farò coraggio e farò anche io la mia croce su un simbolo.

(Scrivo poesie che ad un certo punto dovrebbero spiccare il volo e la mia mano si muove e le porta verso la tensione e sono spinte in alto e sì stanno per decollare e io tac!, le spezzo e le fermo.)

E adesso c’è il sole e posso tenere la mia maglietta del jack daniel’s o quella vecchia e storica dei dream theater e stare in terrazza e salire in collina.
Sapeste come brilla ora, il posto più bello del mondo, dietro a quella collina. E ho tirato fuori il motorino, e viaggio con gli occhiali da sole e canto i Velvet Underground senza che nessuno se ne accorga, e direi che non c’è assolutamente nessun motivo per preoccuparsi della leggerezza.
Che tanto le questioni irrisolte e i pensieri e i problemi ci sono sempre tutti, tutti dentro, e li sistemo con calma via via. Ma non chiedetemi di stare male ora, che giuro giuro giuro, la faccenda funziona.
Diciamo che dopo un passato da cretino immatricolato, con tutte le scelte sbagliate di serie e l’idiozia common rail, una volta convertito e misurato e dedito nell’arte di amare, ho iniziato a prenderlo nel culo. È un tassello, questo, che incide un po’ sulla serenità. Ma sistemeremo anche questa, mi dico. Ce ne sarebbe un grande bisogno. Grandissimo. Issimissimo.
(sono andato troppo sul personale. Ma mi sono scoperto volentieri, via)

Byebye

(aperta parentesi)

ionontremo88 @ 14:00 | commenti (32)(popup) | commenti (32)

(anzitutto occorre annunciare una caduta di stile, una certa mancanza di riguardo verso il lessico adoperato, una totale casualità dei pensieri, la perdita di ogni minima pretesa letteraria, e di conseguenza il tentativo di massimissima trasparenza)

Le scarpe non si arrendono e l’acqua scende giù (nonostante abbia addosso la mantella cerata) dai capelli giù per il volto, sulla fronte, si condensa sulla punta del naso, e poi continua a cadere fino a terra. E poi ripioverà.
Hai qualche chilo di zaino sulla schiena, un cielo di diverse tonnellate e te sotto a tutto, schiacciato sull’asfalto da tutto quello che c’è sopra.
Cammini ora su una via secondaria dove l’asfalto si è risparmiato e dove inizi a intravedere la solita vecchia verità: ciò che viene creato dall’uomo è troppo peggiore di quello che è stato creato prima che l’uomo fosse.
Ti piove addosso, e copri lo zaino con la cerata, così almeno quando arriverai al caldo avrai qualcosa di asciutto da mettere. Magari arrivato berrai qualcosa di fumante o ti darai una lavata a modo e troverai un bagno come si deve e toglierai gli scarponi per tornare alle care vecchie adidas, tanto basse e comode e larghe e rock, e fumerai una sigaretta con il corpo che si asciuga e prende la temperatura asciutta e penserai che godimenti del genere sono unici.
Ma non è la prospettiva del sollievo a dare pace. È la strada stessa che continua a fregare la ragione. Si pubblicizza ogni novità, si va verso il nuovo, verso il non conosciuto, cerchiamo l’incognita nei prodotti o nei locali. Poi ti trovi lì, zaino e pioggia in faccia, e ridi come un cretino beato perché in realtà sei già nella felicità, che la strada è la solita storia vecchia secoli, che si ripete nuova.
Ché non è chi si ostina a rimanere identico a se stesso o chi di netto lascia una forma per prenderne un’altra, ma chi cambia mutando piano e conservandosi in movimento, a durare nel tempo.
Né stasi perenne che surgela l’anima né rivoluzione estemporanea che si esaurisce dopo lo scoppio, ma resistenza cazzuta.

(Spesso le rivoluzioni dopo la cannonata si domandano la ragione della propria esistenza. Le rivoluzioni, a volte, sono la cosa più normale da farsi. Non mi piace l’ora, voglio il dopo. Ta-tà. Un minuto. Sono belle certe rivoluzioni.)
La resistenza va condotta con pazienza, va accompagnata. Non una chitarra puttana che fa un assolo e poi esce, ma un basso che ripete il giro sotto, da cinque minuti, sempre uguale, con dedizione e maturità, e poi non si prende neanche gli applausi. Il basso. E la resistenza.
Una rivoluzione la si fa anche con un cannone in un minuto. È un’altra cosa stare mesi a sorvegliare l’alba con carta e penna in mano. Ognuno con la sua arma. In silenzio. Le cannonate di un minuto. Carta e penna. Bomba-carta. Glorioso silenzio.

E te ne stai sempre lì sulla strada con quel cazzo di zaino che maledici ad un passo e benedici a quello dopo. Zaino di merda, mi dai il senso della gioia. Sono un cretino, ma non riesco a fare a meno di essere felice. Macchè poeta, sono uno stronzo. Uno stronzo felice. Hanno ragione è masochismo. Ma io non ci sto a crepare di comodità. Non c’è verso di capirci nulla, e questo è di una bellezza maestosa.
 

Era tanto che non riscrivevo, ho lasciato da parte racconti e pensieri ordinati. Sarà che per le cazzate sento di aver tanto tempo, mentre le piccole vibrazioni dei momenti rari di vera poesia sembrano scappare e scappare e scappare e allora stop, eccomi, ci sono, è così che mi viene di fare, capito, almeno io uso fare respiri così, strofa ritornello, assolo, strofa, ponte, ritornello. O anche diverso, ogni volta diverso. Cristo, lo so, sembrerò sempre troppo uguale e monotono. Ma la strada mi rovina. Menomale.
(si ride anche sotto la cerata col diluvio a sei chilometri dal primo bar)
(si creano trame da interrompere, si accettano ordini da evadere sul più bello, si ricercano libertà assolute da assaggiare e da inquadrare poi nei limiti del possibile)

Buona Pasqua e buona Primavera.

ionontremo88 @ 22:08 | commenti (21)(popup) | commenti (21)
14/03/2008 | in : musica, sesso, pensieri sommari, politica ehm

Ai concerti non si va e stop. Si va in un certo modo.
Ai concerti si arriva prima. Molto prima. Almeno un’ora e mezzo. Per prepararsi, per fare pronostici sulla scaletta, per bere birra, per sfoggiare magliette radiose di gruppi epici, per ruttare senza rimpianti, per ricordare i bei tempi andati, tipo quel concerto di tre anni fa dove presi una gomitata nel naso eccetera. Si va prima per far salire la tensione, a sedere sotto il palco.
Il biglietto indica “inizio spettacolo ore 21.30”. Tutti sappiamo che prima delle 22e15 nessuno salirà sul palco. Ma alle 21.30, ben consci del naturale e programmato ritardo, dobbiamo iniziare a preoccuparci, a dire quando arrivano quando arrivano, fuori fuori, e cose così. Fa parte del rito. Ci si lamenta: qui dentro non si può fumare, che palle. Oppure: che palle, qui dentro non si potrebbe fumare ma fumano tutti. Tanto per dire qualcosa.
(poi il concerto inizia)
La posizione giusta ufficiale del buon giovane cazzone rock è a pochi metri dal palco. Non attaccati alle transenne, dove in realtà si batte continuamente costole braccia e mammelle sui ferri, ma un po’ dietro, dove infurierà il pogo.
Si poga con correttezza. Spallate, danze, passettini scoordinati, spintarelle. Se qualcuno cade, si blocca chi ci sta intorno, ci si mette a cerchio attorno alla persona caduta, per proteggerla, per farla rialzare, per chiedere tutto bene? Quando la persona si alza si riprende a fare il porco lavoro di gomiti, con la vaga sensazione di essere dei gentiluomini, dei benefattori, di essere persone che sanno divertirsi senza farsi male.
Il pogo non è una scusa per toccare tette e culi. Le donne invece sono autorizzate a farlo. Non so perché, ma le cose stanno così. Se fa molto caldo ci si può spogliare: si può togliere la maglietta e sbatacchiarsi strusciarsi e rivoltarsi belli sudati tra la folla. È vietato togliersi la maglietta se si ha un bel fisico: quello si fa a Riccione a Rmini e a Pinarella di Cervia. Ai concerti è importante essere flaccidi, bianchicci, pieni di nei, peli, puzzolenti. Non farà schifo a nessuno: farà folklore.
Ai concerti si va con uno zainetto, dentro a cui si può inserire felpe, giubbotti, macchine fotografiche, portafogli eccetera. Anche lo spray antizanzare, ai concerti estivi. Avere lo zaino può essere fastidioso nel mezzo al pogo. Tranquillo, ci sarà nel vostro gruppo di amici qualcuno che odia il pogo e segue il concerto a distanza e che si offrirà gentilmente di prendervi lo zaino.
Durante il concerto non si beve: si beve prima e/o dopo.
Durante il concerto, durante gli assoli, si gode: si chiude gli occhi e si leva la faccia al cielo, rendendo grazie per i vari orgasmi musicali.
Non ha senso essere estetici e presentabili, la bruttezza e il puzzo sono anzi ben accetti.
È un mondo genuino e biologico. Le siliconate, ad esempio, vadano in discoteca, o a teatro, ma non ai concerti rock.
Può darsi che durante lo spettacolo qualcuno (tra la folla o dal palco) inneggi a movimenti politici o varie tipologie di rivoluzione. Tutti rispondono in coro, alzando pugni, urlando il nome di politici eccetera. Tutti. Se a voi lo slogan non convince non sentitevi in dovere di uniformarvi agli altri: è statisticamente provato che almeno la metà delle persone che urla in coro non crede in quello che dice, ma agisce solo perché incapace di intendere e di volere. Oppure unitevi al coro, in nome del partito del rock.
Se il cantante dal palco vi offende, vi sputa, insinua di aver avuto rapporti con vostra madre o con vostra sorella, vi lancia oggetti pericolosi (quali bottiglie di vetro), compie gesti provocatori, voi applaudite e simulate l’orgasmo. Non so perché, ma va fatto. E funziona pure.
Se il cantante dice forza Inter applaudite, anche se tifate per la Fiorentina o per l’Atletico Van Goof.
Alla fine del concerto andate via felici e sudati: vi verrà in mente: ho forse peccato un po’ di idolatria? Ho trattato forse una rock band come un vitello d’oro?
Probabilmente la risposta è sì. Ma fregatevene: giustificatevi dicendo che la divinità è una, immensa e incommensurabile, e che voi avete solo venerato un’accezione particolare del Tutto. Riconciliati dal punto di vista spirituale andate pure a bere, o a letto, a quel punto conta poco.

E mi pare ovvio, senza spiegazioni logiche, affermare che ci sono conformismi migliori di altri, modi di essere branco migliori di altri, modi di essere massa non pensante migliori di altri. Ovviamente l'arbitrarietà della valutazione è un optional.
---

(e lei, Amica, la sera saluta così: notte cielo stellato di sogni, notte poeta, viandante, errante cercatore di verità, notte alla bellezza di questo giorno di sole, di frammenti di felicità, notte)

tutto ciò, dentro di me, in mimminore.

ionontremo88 @ 19:03 | commenti (21)(popup) | commenti (21)
12/03/2008 | in : concorsega

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ISTRUZIONI: per partecipare alla prima selezione devi:
1) pubblicare questo post (esattamente così com’è) nel tuo
sito o blog. L’originale del post che devi ricopiare è qui [http://lasvegasedizioni.splinder.com/post/16142956/%21%21%21%21%21];
2)
mandare a gioco(at)lasvegasedizioni.com l’indirizzo (l’url, quella cosa che comincia con “http://”) del post di cui sopra, più quello di un altro post – uno solo: quello che più rappresenta il tuo stile e la tua volontà di scrivere – che vuoi sia letto e valutato dall’arcigno croupier. Non inviare nessun altro tipo di materiale. Sul blog di Las Vegas edizioni, www.lasvegasedizioni.splinder.com, saranno indicati, via via, tutti i partecipanti;
3) aspettare nuove istruzioni.

TEMPI: la prima selezione terminerà quando avremo raggiunto materiale a sufficienza (la scadenza verrà annunciata con qualche giorno di preavviso sul blog di Las Vegas). Se avrai giocato le carte giuste, sarai contattato per partecipare alla seconda fase.

PREMI:
il premio finale, al termine delle varie selezioni, è la pubblicazione nella prossima geniale antologia targata Las Vegas.

Signore e signori, fate il vostro gioco!

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Siccome diversi personaggi mi hanno consigliato di partecipare alla fine ho deciso di provarci. Non si mai no?

(ma presto tornerò con un altro intervento sconclusionato...sì!)

ionontremo88 @ 09:48 | commenti (3)(popup) | commenti (3)