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Partiamo da “gli interessi in comune”, il libro che ti ha portato al grande pubblico. Parlare di giovani e droga sembra la cosa più scontata della storia. Raccontare l’ennesima gioventù bruciata è ormai retorico. Eppure tu l’hai fatto, e hai trovato il modo di raccontare qualcosa di nuovo.
Il tentativo era proprio evitare di raccontare la “solita storia” sulla gioventù bruciata. Partivo da quella che è una verità sociologica: oggi, come nel passato, il consumo di sostanze è endemico, e nella maggior parte dei casi avviene in un contesto di assoluta normalità. Dati alla mano scopriamo però che tutte le droghe illegali, messe insieme, in Italia uccidono 950 persone l’anno. 900 di queste muoiono per l’eroina. L’alcol ne uccide 15.000, il tabacco 90.000. Evidentemente siamo di fronte ad una sorta di psicosi collettiva. I media costruiscono leggende, magari su sostanze “esotiche” come l’MDMA (l’ecstasy per la quale i giornali entravano letteralmente in delirio). Leggende assurde. Tanto che il capo della polizia inglese un paio di mesi fa ha rivelato, dopo uno studio statistico, che il rischio dell’MDMA è pari a quello dell’ippica. 4 morti l’anno a cavallo, 4 morti l’anno per MDMA (sempre e solo se combinata all’alcool). In pratica c’è una forbice incredibile tra quello che avviene (tizio assume la determinata sostanza), la rilevanza mediatica che si dà ai casi in cui sia provata una conseguenza negativa di quel gesto e il rischio effettivo che tizio corre.
Il secondo motivo che mi ha spinto a scrivere “gli interessi in comune” è stata un’esigenza letteraria di – potrei quasi dire – controinformazione. Posso fare l’esempio di “Gomorra”, che al di là della bontà del libro, ha avuto molto successo perché da tempo nessuno sapeva più parlare di camorra. Allo stesso modo “gli interessi in comune” nascevano dal tentativo di riparare a questa lacuna informativa, a questo vuoto lasciato dai media. Era importante avere il coraggio di raccontare che il consumo di sostanze è un fenomeno diffuso e che avviene in un contesto quotidiano, di normalità. A partire quindi da un’esperienza personale – la compagnia di amici per i bar del Valdarno – ho raccontato storie e leggende (spesso vere, o quantomeno molto verosimili). Ne avevo a disposizione un archivio enorme. Queste storie, per ragioni narrative, avevano bisogno solo di essere condensate in un numero minore di personaggi, e di essere collocate in un luogo esatto (il “bar Miro”, ndr). Dall’incrocio di queste cose sono nati “gli interessi in comune”.
Gli interessi in comune, ma un po’ tutto ciò che scrivi, sta lì in bilico tra la tragedia e la commedia. È solo uno stile narrativo?
Mi chiedi se in un certo senso la mia visione del mondo si avvicina a quella della mia poetica? Sì, può essere. O almeno: la direzione deve essere quella. Senza dubbio c’è sempre la voglia di raccontare la tragedia con gli strumenti della commedia. Volendo è proprio un filone toscano, che va quasi da Boccaccio ai film di Monicelli. Una cosa che senza dubbio è vera è che la vita inquadrata in una prospettiva a lungo termine è sempre una tragedia, mentre osservata nei suoi particolari, nei suoi episodi, è spesso una commedia che fa crepare dalle risate. È difficile e meraviglioso tentare la via di mezzo.
Prima degli interessi in comune ci sono stati i “Personaggi Precari”. Non solo un libro, ma un vero cantiere i cui lavori vanno avanti sul tuo blog, su riviste online, sulla carta stampata…L’idea di comporre dei “racconti ermetici”, delle semplici presentazioni, è particolare: come è venuta fuori, qual è stata la molla che ti ha fatto iniziare?
Di definizioni ce ne sono state tante, che neanche io ormai so scegliere quella giusta. L’idea dei “Personaggi Precari” è nata come esercitazione, dopo aver fatto una scelta piuttosto radicale: a 26 anni, senza neanche aver scritto un racconto, ho deciso di fare lo scrittore. La prima cosa di cui mi sono reso conto era che non potevo aspettare l’ispirazione. Avevo bisogno di qualcosa che mi facesse scrivere tutti i giorni. In quel momento stavano aprendo i primi blog, e sfruttai questa risorsa non tanto per aprire una sorta di diario personale, quanto per ospitare i primi Personaggi Precari. Dopo sei mesi di blog mi scrisse un docente universitario di Bari che si complimentò, dicendomi che aveva finalmente trovato qualcuno che non pensava che la “letteratura precaria” fosse raccontare del giovane che lavora nel call-center. Ciò che al professore piaceva era che stavo portando il precario nella letteratura, come condizione esistenziale, e non il precario come soggetto. È poi ovvio che il precariato lavorativo è un dramma, ma è sicuramente l’effetto, o un livello successivo, di quello che è un problema “globale” di precariato esistenziale. Solo a partire da allora, da queste attenzioni e considerazioni ho capito quello che stavo facendo. È poi cresciuto il libro, e come hai detto, i giornali, le raccolte, addirittura una pièce teatrale…una sorta di progetto trans-mediale.
Tra i tuoi progetti ce n’è uno molto innovativo ed ambizioso, la “Scrittura Industriale Collettiva”. Scrittura e collettività (e ancor più industria!) sono termini generalmente difficili da associare. Come nasce e come funziona questo progetto?
Il titolo è nato come provocazione. Sapevamo che dire “scrittura collettiva” avrebbe fatto drizzare il pelo a molti, dire “Scrittura industriale collettiva” garantiva ancor più l’effetto. L’idea è nata da tutt’altro quel che si pensa: molti credono che la nostra esperienza nasca dall’amicizia coi Wu-Ming. Ciò che ci accomuna, semmai, è il genere di scopo che entrambi attribuiamo alla letteratura. SIC nasce in realtà dall’incrocio di due esigenze: esisteva una rivista autoprodotta chiamata Mostro, di cui, tra gli altri, facevamo parte io e Gregorio Magini. Dopo la chiusura della rivista ci siamo trovati un po’ spaesati. La letteratura, lo scrivere, che per noi erano anche occasione di confronto e socializzazione, erano tornati esperienza di solitudine e intimità. Qualcosa ci mancava.
In rete la parola scritta stava vivendo un momento di fervore e vitalità, con l’apertura di nuovi siti e riviste, e pure noi dovevamo trovare qualcosa da fare: abbiamo così unito due nostre grandi passioni. Io sono sempre stato appassionato di giochi di ruolo (dove c’è appunto una narrazione collettiva…), Gregorio è un genio di internet, esperto di wiki, di software open source. Dall’incrocio di queste due cose è nato il “metodo SIC”. Fino ad allora esisteva sì la scrittura collettiva, ma come qualcosa da fare a “tappe”, in cui ognuno scriveva un pezzetto, e un master dirigeva e incollava. Noi abbiamo messo su un processo collettivo…che ha portato alla scrittura di cinque racconti. Adesso stiamo portando avanti il grande romanzo collettivo, che sta coinvolgendo ben 236 autori.
Tu ormai vivi e lavori a Firenze, e per il Corriere Fiorentino tieni una rubrica che si chiama proprio “le strade di Firenze”. La nostra città a volte però sembra morta, o come schiacciata dal peso della sua storia e dei suoi monumenti…
Credo che l’aggettivo più adatto sia “fossile”. Il fossile infatti è morto, ma conservato bene, intatto. La cosa che più dispiace è pensare che Firenze ha in sé tutte le caratteristiche e le risorse per rifiorire. Credo che possa farlo in qualsiasi momento. Firenze richiama a sé moltissimi giovani, a studiare nelle Università. Sommati a quelli che in città già vivono, possiamo parlare di decine di migliaia di ragazzi. Verrebbe da chiedersi: “cosa diamo loro?”. Pensiamo a come trattiamo chi viene dall’estero. Moltissimi americani, che magari vengono in città a fare un corso di qualche mese, a studiare arte o architettura. Arrivano qua e vengono munti come mucche, fatti sbronzare a caro prezzo nei pub più turistici della città (e magari nell’occasione fanno anche confusione, e per questo vengono odiati dai fiorentini…). Dopo sei mesi, il ragazzo di ventitré anni, che si è fatto il college ed è venuto qua a studiare (evidentemente non parliamo di “bischeri”), va via. Noi, praticamente, lo abbiamo usato come un bancomat.
Ecco: tutte le energie giovanili, dovremmo riuscire a catalizzarle, a riunirle, a dar loro qualcosa – anche in termini di spazi – per permettere la condivisione. Probabilmente, per vari motivi, stiamo andando in senso contrario: basti pensare al fatto che le facoltà, un tempo centrali (io studiavo Scienze Politiche in Via Laura) adesso sono state spostate fuori: Novoli, Sesto Fiorentino, Viale Morgagni...blocchi lontani dall’anima della città. Rispetto a prima, l’università somiglia più ad un esamificio.
È vero pure che Firenze è talmente bella che riesce sempre a ripagare esteticamente le proprie mancanze. Mi basta passare su Ponte Vecchio e ho gli occhi che brillano. Ma questo forse vale per me che lavorando e scrivendo ho molto meno tempo di quanto ne avessi da studente. Per un giovane è difficile farsi bastare questo. In effetti ricordo che da studente mi piaceva fuggire a Bologna: quella sì che era una città...
Riparte l’anno accademico. Riprendono i corsi, gli esami e le file davanti alle segreterie. Ci consiglieresti tre libri da leggere per sopravvivere a questo autunno? Un italiano, uno straniero, ed un giovane.
Tra i giovani ti direi Giorgio Vasta autore de “Il tempo materiale” (minimum fax). Mi sembra il più convincente in questo momento. Tra gli italiani, almeno tra quelli recentemente usciti, consiglio “l’ultimo parallelo” di Filippo Tuena (edito da Rizzoli). È un romanzo, nonostante il tema non troppo attraente (una spedizione al polo sud), assolutamente straordinario. Tra gli stranieri ho letto recentemente un libro di racconti di Donald Ray Pollock, pubblicato da Elliot, che si intitola “Knockemstiff” e l’ho trovato assolutamente prodigioso. Se volete leggere qualcosa di meraviglioso, e volete andare a colpo sicuro, leggetevi “Meridiano di sangue” di Cormac McCarthy, incredibile e pure divertente.
Un nuovo romanzo?
Sì, il nuovo libro è a buon punto. Circa 300 pagine di testo, che hanno un grosso bisogno di essere rimesse in ordine. Io poi faccio moltissime stesure, ho in mente qualche idea strana (magari farci delle letture gridate come Balzac)…vediamo. L’ossatura c’è, bisogna lavorarci. Vorrei saper correggere e migliorare alcuni aspetti. Ci sono delle grosse aspettative da parte mia, dei lettori, della critica, dell’editore. Insomma, i cannoni sono puntati in alto.
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Vanni Santoni è nato nel
Ho finito di leggere La ragazza dai capelli strani. È di David Foster Wallace, quel tipo che lo scorso anno troppo presto si è ucciso. Uno dei più grandi, mi dice qualcuno.
Esiste un sito che si chiama 








