Questo è un post a proposito di questo post e a proposito di questo blog, ma anche di tutte queste cose (post e blog) in generale.
È un post di cui si poteva fare a meno, perché non aggiunge niente che sia al-di-fuori del blog. E’ autocelebrativo, capirete. Perché il blog compie un anno, e un caro amico mi ha detto che era questo periodo sai che l’aprivi, e a quel tempo era tutto nero, il template intendo, scrivevi diverso all’epoca, però sai, eri già idiota, in quel periodo. E’ un post che ha voglia di ricordare: la rivoluzione dei post-it, la poesia-orizzontale, i dialoghi con Petrarca, Leopardi, Moccia, i dialoghi tutti, il carrello della spesa, sensazioni collinari, scleri politici, resoconti di strada, la beat-generation, e tutti i post (anzi no, qualcuno proprio no).
Perchè prima di tutto mi sono divertito a scriverli, qualcuno si è divertito a leggere (o altre sensazioni, pure diverse, che possono essere provate quando si legge un post), qualcuno ha commentato solo perché io ri-commentassi il suo blog (ciao, bel template, passa da me se ti va). Perché in fondo se non esistessero i commenti certe cose sarebbero più facili. Nel senso della sincerità. Perché si può visitare un blog – e come quasi sempre è accaduto nella storia della parola scritta – si legge e stop. E qui invoco un sacrosanto diritto dei bloggers: a volte si commenta, a volte no.
Che poi ci chiamano bloggers, come fossimo una categoria particolare. Come se i blogger fossero solo bloggers, e non esseri umani con affetti studi passioni e mestieri, magari ingegneri o pompieri.
L’entropia (e qui uno potrebbe pensare: ora dice qualcosa di scientifico) è semplicemente molto figa. 
Perché non può mai essere zero, ma anzi, è in perenne aumento, ma anzi, è costante nell’universo. Quindi: io accendo una sigaretta qui, l’entropia aumenta, ma da qualche parte nell’universo qualcuno sta facendo diminuire l’entropia per fare pari con me. Mi pare un gran pensiero.
(e cadde sotto i colpi degli scienziati che erano giunti per ucciderlo, accusato di vilipendio al sapere…)(scusate sapienti: so che avrei dovuto parlare di valori numerici, entalpia, sistemi chiusi e aperti e isolati. Ma qui si ragiona per difetto)
Comunque, se ci piace definire l’entropia come la misura del disordine di un sistema, qualunque esso sia, anche un blog può chiamarsi entropia, oppure un gruppo rock può chiamarsi così, e pure si può chiamare entropia quel momento della vita-settimana-giornata in cui uno si ferma e dice: vediamo quanto disordine c’è. E giù a pensare e scrivere, oppure a pensare e basta, o a scrivere senza pensare.
E poi, noi, siamo quelli che comunichiamo per difetto. Abbiamo queste grandi verità da urlare (perché siamo così, e sentiamo una specie di voce dentro che urla: io sono vivo! Non sono uno di quelli di cui si parla al tiggì! Non sono un bullo! Non sono un violento, uno stupratore, un cocainomane, un corrotto, una fashion victim, un amante di Gigi d’Alessio, uno di quelli che crede la mafia un videogioco, uno che aspira alla poltrona in ufficio del papà, un nonpensante!)(e siccome abbiamo certe cose da dire, sarebbe stupido non farlo)
Ma, converrete, non è mica bello spiegarsi tutto per filo e per segno. Potrei prendere un pensiero: e sviscerarlo. E dire al mondo, con un post: questo vi mostra quanto sia bravo e pulito a sviscerare gli argomenti. Ma è proprio brutto e inutile e insensato. Perché è una specie di mondo, questo, dove non si devono spiegazioni, ma si ha bisogno di suggestioni. Le spiegazioni arriveranno poi, oppure non arriveranno, e le cercheremo da soli, perché siamo quelli, credo, che hanno la libertà e la forza di trovarsele.
E così comunichiamo per difetto, per esser più leggeri, perché sappiamo che c’è qualcuno che legge e capisce, si fa largo tra la (voluta) confusione e pensa. Mi piace comunicare per difetto perché credo che Kerouac funzioni meglio di tanti trattati mistici, e Jack Frusciante è Uscito dal Gruppo meglio dei Promessi Sposi, e sicuramente questo non è un invito a tagliare di otto-novecento pagine Anna Karenina, per renderlo più snello, è solo un invito a non fare i difficili, gli incompresi, gli ombrosi che hanno voglia di pennellare con tutte le parole disponibili la parte più sgualcita di anima. Tanto certe cose non si possono dipingere esattamente e certe forme di esibizionismo non sono granché desiderabili.
Comunicare per difetto per rendere valore alle parole. Non usarne mille per fare un discorso in cui c’è un’apertura, uno sviluppo che si autoconsuma senza lasciare spazio all’immaginazione, e una conclusione. Usare quelle poche parole che riempiamo di significato e che, scoperchiate, parlano a tutti.
Arrotondare per difetto: si lascino pure i discorsi abbozzati, si dia il “La” a pensieri da far proseguire, per tenersi svegli, senza fermarsi al già-detto. Scoperchiare una parola e trovarne, dentro, altre dieci. Guardare sotto un pensiero, e trovarne lì, ad aspettarti, altri cento.
Sempre che – cosa da non sottovalutare – non ci faccia fatica leggere l’intero post.

byebye

ionontremo88 @ 16:22 | commenti (26)(popup) | commenti (26)

Gli addetti al buon umore erano quasi tutti in cassa integrazione.
(Che quel giugno – se ne erano accorti in diversi – non funzionava come avrebbe dovuto.)
E non voglio farne solo una questione meterologica, per carità.
Sarà che lui guardava disteso davanti allo schermo lo sculettante spettacolo di una ballerina qualsiasi che danzava su quella bruttissima musichetta che anni prima (precisamente sette) fu di colonna sonora ad un principio di adolescenza che a questo punto - dopo le firme sul libretto universitario, l’acquisizione di un lessico telefonico da quasi impiegato, l’apprendimento dei congiuntivi, la scelta di iniziare a legare le scarpe nelle circostanze più delicate – doveva in qualche modo essere finita.
Eppure stava sdraiato in una posa che poco aveva a che fare con certi approvati canoni di rispettabilità, grattandosi la pancia, bevendo bibite gassate, ed espellendo il gas in faccia alla ballerina sullo schermo.
Un anno prima sarebbe stato a pensare alla maturità; adesso invece, che la maturità l’aveva conseguita nell’apposita sede, la stava stralciando con i soliti pretesti, tra momenti di lavoro qualificante, partite di pallone proiettate nella piazza del paese, semi-ignote aule universitarie, e certi concertini in locali con poche pretese che avrebbe anche fatto a meno di vedere. Se ne andava in strada con il solito zaino, e faceva i conti per cinque minuti con il sole, per cinque con le nubi, per cinque con la pioggia, e via da capo. Ma in Irlanda non è così, anche se dai racconti e dalle canzoni potrebbe sembrare: lì il tempo funziona che arriva un immenso spruzzo, come di vetril, dall’alto dei cieli. Se ti copri dall’alto piove a vento e ti bagni le gambe. Se ti metti la mantella smette. E allora ti conviene rassegnarti e essere felice da bagnato, che comunque non l’avrai vinta.
Lui, si diceva risoluto camminando nel mezzo della tempesta e cantando qualcosa di grintoso per confortarsi nel momento della resistenza, era di quelli che girava per il mondo con un taccuino sempre in tasca, e una matita, perché lui era convinto, diceva, che era più grave perdere un buon pensiero che non perdere il portafogli.
Però (e questo potrei anche confermarglielo a personalissimo titolo) anche farsi rubare il portafogli fa piuttosto girare le palle.
Guardava pure al magico mondo dell’editoria, che funzionava (così mi disse) come un patto col diavolo. Dammi la tua anima, pubblicherò la tua storia. Oppure, se non ti andava di vendere l’anima o il culo, in sostituzione, avresti dovuto aspettare interi mesi, forse pure un anno, per attendere una risposta – da quelli seri per davvero - che probabilmente non sarebbe mai arrivata, o che al momento dell’arrivo non avresti mai voluto sapere.
E poi c’erano tante di quelle cose che si sarebbero pure potute dire, ma un elenco fa schifo, e pure i resoconti stile diario sui blog lui non li sopporta, e me l’ha proprio chiesto nello specifico a me, che ora che ci penso è quasi un anno esatto che questo blog esiste, di non fare certi diari online, dove si dice proprio tutto.
Lui me l’ha detto così: prendi e scrivi un po’ i fatti e un po’ i pensieri, che sono due cose che hanno senso solo se collegate, che sennò i pensieri da soli diventano seghe mentali, e le azioni da sole, senza ragionamenti, hanno poco senso, oltre che punta poesia.
(e poi, certi discorsi fatti, certe azioni ormai passate, e certi pensieri abbozzati, anche diverso tempo fa ormai, ai più potrebbero sembrare sbagliati, da condannare, da incazzarsi e da indignarsi, mi ha detto lui. E invece, ha aggiunto, stiamo attenti a emettere una sentenza che renderà tutti infelici. Che potrebbe pure darsi che per la strada qualche errore di valutazione si commetta)
Così mi ha detto.

Whatever, nevermind.

(la foto non c'entra nulla, ma era così tenera e pensosa)

ionontremo88 @ 19:55 | commenti (17)(popup) | commenti (17)