Eri partito con le raccomandazioni del caso: e il caldo, e i furti, e i soldi, e l’alcol, e non fumare.
Rito obbligatorio prima di ogni partenza scomoda.
Le rotaie scorrevano molto più lisce di quanto l’animo non mostrasse, vuoi per le distanze accentuate e per sensi di lontananza che dopo tanto peregrinare ci sta pure si facessero sentire, vuoi per la difficoltà dei percorsi che, da bravi organizzatori, tu e gli altri, avevate programmato troppo alla leggera.
(e non so se c’avevi fatto caso, ma la Spagna è grossotta, insomma, bella larga, non è la Toscana, o l’Irlanda. Insomma. Ci vuole.)
Così ti eri trovato zaino in spalla girovagante per una non tua nazione, tra città arabeggianti, monumenti, cattedrali, piazze, ostelli e birre. E le scalate alle vette, tremila metri di beatitudine, e la giornata sull’oceano, e poi e poi.
Non ti riesce più fare i resoconti come un tempo: sarà che ormai hai capito che interessano più a te che scrivi, che non agli altri. Lo fai per ricordare, per memorizzare, per rendere vita a pietre passate per un attimo nel campo visivo. Ma servono a poco, spesso, certi resoconti. O ci fai un libro, o un racconto. Sennò insomma. C’è la guida del Touring club.
Però un dovere ce l’hai: dire qualcosa di invisibile che hai visto. Il resto si legge, si rivede, si racconta.
Hai capito che la cultura araba, questa estate, ti è un po’ entrata dentro, e che c’hai poco da tirartela perché sei europeo tutto d’un pezzo. Che la tolleranza non è prerogativa tua. Hai visto gli orizzonti dall’alto della Sierra Nevada. Dopo la salita: la vetta. Potresti citare i nomi delle montagne intorno (che non sai, e non hai mai saputo). E invece gridi: meraviglia! Stupore! Passerotto saltelli sulla roccia nuda a beccare il sole! A tremila metri! Foto nel vuoto!
Hai ancora quella vecchia sensazione strana, di cui sei felice, ma che ti spaventa: perché è toccato a te essere felice con poco? Perché te e i tuoi amici siete beati a parlare di minchiate politica sport metafisica musica?
Sarà che ormai avete addosso la certezza che siete destinati alla felicità, e che quindi siete responsabili di questo vantaggio: il resto, tutto il resto, quello non dato, va guadagnato. Compresa la birra in più, lo scazzo esagerato. Non ve lo volete far piovere dal cielo, ve lo concedete. Felici come dei bambini, a ridere e a pensare per vie mai viste.
(intrufolarsi ad un matrimonio spagnolo a Granada, comparendo in quasi tutte le foto, rovinando la coreografia perfetta di hollywoodiani vestiti, tu con la tua maglietta foulard ciabatta)
Hai incontrato personaggi: chi per cinque minuti, un ciao, per quale squadra tifi, ti piacciono gli after, qualcuno per tre sere è rimasto con noi, rimanendo un po’ nel cuore. Hai capito che senza pastasciutta si vive male. Maledetta Italia provinciale.
E poi tutte quelle cose che non dici e non hai voglia di dire, per il solito fottuto problema della copertura, dell’ermetismo venuto male, e per gli sguardi indiscreti che ti sorvegliano, come a voler sapere tutto di te, per accusarti di boriosità, pochezza, troppezza, per darti di idiota, di stronzo, di bravo, di bello. E tutto questo solo perché hanno letto. Quindi ti fermi, e lasci, casomai, a giudizio, solo le impressioni. Il nome di un posto abbastanza vasto (Spagna. In particolare Andalusia).
Poi basta, che domani ti aspettano dietro la scrivania boy.

(E dal viaggio sei tornato senza soldi. Cinquanta centesimi d’avanzo. Per stare precisi, s’intende.)

In viaggio hai letto due libri: Mattatoio n.5, Vonnegut. Consigliatissimo. Gli interessi in comune, Vanni Santoni, consigliatissimo.
(Il secondo è uno scrittore giovane, che vive vicino a te. Ed è pubblicato da Feltrinelli. Merita)
Tornato hai sentito la paura di aver dimenticato la Palestina. Così hai preso il libro del Patriarca di Gerusalemme, Voce che Grida dal Deserto. Consigliatissimo anche questo. Difficilmente si sentono uomini di fede con una forza del genere, con una radicalità e chiarezza simili.

E non si azzardino più a dirti che ultimamente stai diventando troppo chiaro nell’esposizione, per carità.

Byebye. Bahibek, habibti.

ionontremo88 @ 21:42 | commenti (10)(popup) | commenti (10)

A questo punto c’è solo una cosa da fare: raccontarlo.
Torni a casa e hai negli occhi i volti dei bambini che hai preso in collo, delle pietre vive che ti testimoniano il loro coraggio, di uomini di speranza, uomini di cultura, uomini di resistenza…persone normali che vivono in un terra che per troppe ragioni, veramente, è santa.
DSC02467La Palestina merita giustizia: il muro della vergogna mangia la loro terra, in nome della sicurezza sono violati i diritti di un popolo senza stato, dove le presunte autorità sono in realtà controllate a distanza da altri. C’è il rischio di sembrare anti-sionisti, anti-semiti, anti-israele. Potrò sembrarlo, ma non voglio rovinarmi nella moderatezza: ora sento di dover dire da che parte sta l’ingiustizia.
Un muro che divide in due uno stato da un altro territorio. Senza rispettare il confine, anzi, superandolo. Il muro serpenteggia tra le case bianche di Beth Lem, le circonda, le isola. Le colonie Israeliane vengono costruite nel territorio palestinese, su delle colline. Circondate da mura di protezione. Si allargano, si espandono. Per la sicurezza.
(quanto la politica della paura va di moda…quante cose si è in grado di fare per la sicurezza)
Poi si incontra la gente: Domani andrò a Gerusalemme sai? Vieni anche tu?
No, non posso. Non possiamo passare di là dal muro. Da anni è così. Servono permessi speciali, ricorrenze particolari, o permessi di lavoro, lunghe attese per i documenti, lunghe file ai check point. Dove si subisce l’umiliazione più grande: dover mostrare dei fogli con scritto chi siamo, il colore della nostra carta d’identità, della targa della macchina, dover passare dai metal detector, dover fare file, dover stare in silenzio per mantenere quello spiraglio di diritto che non è nient’altro che la possibilità di muoversi.
Tutto questo (e non l’inverso) ti porta addirittura a comprendere (esagero) le bombe. Che in fondo il terrorismo è sinonimo di disperazione, più che di odio calcolato, o di matematica violenza.
E si sarebbe nella terra di Gesù, dei Profeti, di Maometto.
E allora è ancora più forte la necessità di denunciare una politica di oppressione, saper fare autocritica, saper vedere la questione in tutta la sua completezza (compreso il mito di Arafat da smontare), e alla fine farsi i propri conti, tirare le fila.
Arrivi sotto quel muro, conosci quella realtà…e non hai dubbi. Devi stare dalla parte degli ultimi. Ne riparli fumando narghilè a casa, pensando ai grandi uomini che ti hanno guidato e alle persone che hai conosciuto. Che nonostante tutto sorridono. Profeti e santi del duemila, che però, rischiano di perdere la speranza.
E la speranza invece c’è, i germi ci sono, la pace non parte mai da una parte sola.
Quel muro crollerà in nome dell’umanità, del bene comune, e non delle fazioni e delle nazioni.
A Gerusalemme ci sarà pace, perché non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace a Gerusalemme. E l’uomo del futuro o sarà uomo di pace, o non sarà.
E camminare all’alba nel deserto, e passare da quei luoghi che sembravano tappe di una favola biblica, ed invece esistono (e se li svuoti dei turisti che fanno foto e schiamazzi) e ti parlano.
E pensi che è da lì che tutto è partito, tanta della storia dell’umanità dipende da quel fazzoletto di terra. Gerusalemme è stata distrutta e ricostruita venticinque volte. Adesso Israele esulta per averla riunificata, portata tutta sotto il suo dominio, in culo alle sentenze e ai richiami della comunità mondiale, in culo alla voce dell’Onu. Gerusalemme è loro adesso: sicura, divisa dal resto. Noi di qua, loro di là. Anzi: loro di là, noi di qua, di là, dove vogliamo. I cartelloni appesi alla porta del muro da Israele ti fanno salire al rabbia: un ironico "Peace be with you" scritto in tante lingue. Compreso l'arabo, che però è coperto da un cumulo di attrezzi.
E quindi c’è da testimoniare, da informarsi e da informare. Da fare critiche ed autocritiche.
Non è inutile, è tutto ciò che in Palestina mi è stato chiesto. Questo è l’inizio.

muroCome sempre qui si ragiona per difetto: è uno spazio nato apposta. Ma ci sarà modo per esser più precisi, dopo che certe partenze definitive avranno smesso di sconvolgere, lasciando liberi dentro, per poter considerare, lucidamente, tutto quanto.

Perdonate stili, contenuti, tutto. Credetemi, non è facile.
E con questa stagione, con il mare e l’ombrellone e il caldo e le ferie, mi sento pure inattuale.
Byebye

(E come sempre, io che dovrei servire, ringrazio gli altri che hanno servito me)


ionontremo88 @ 15:39 | commenti (15)(popup) | commenti (15)