L’agave è una pianta grassa che quando è piccola metteresti sul terrazzo: perché può parere carina, e perché non ha bisogno di nulla. Così le dai una spruzzatina di acqua ogni chissà quanti mesi, e quella vive. Si accontenta di poco. È fatta di tante foglie grasse e larghe, con delle piccole spine laterali. Assomiglia, in un certo senso, alle foglie dell’ananas. Per essere una pianta grassa è piuttosto in gamba: buca poco, e non è brutta. Il massimo che si possa chiederle.

L’agave cresce. Sempre uguale nella forma, ma cresce. Con gli anni si allarga in larghezza e in altezza, e può arrivare ad essere grande qualche metro. Poi ad un certo punto, dopo una quindicina d’anni magari, dovrà morire. E si prepara a consegnare alla morte una goccia di splendore.

Dal centro della radice cresce un grosso stelo, che si alza in alto per qualche metro. E in alto, su questo stelo, stanno pochi petali-ciuffetti verdi-rametti. Pare quasi buffo. Come una palma rigirata, con le foglie in basso e il tronco che va su spelacchiato. Ma se lo guardi bene, ha un che di geniale, quel pezzettino di natura lì.

Non si è qui a pensare tanto alla morte, quanto piuttosto a tutte le fini. Quella dell’anno, che non ci interessa per i soliti nostri arcinoti motivi. Che la meta è il cammino che si fa per raggiungerla, e che quindi arrivare alla fine in un modo o in un altro è molto diverso. La fine di una guerra che dura da sessant'anni e che non arriverà entro breve, perché tutti quelli che vogliono la pace non contano niente, mentre tutti quelli che contano qualcosa, non ci tengono troppo. La fine di un libro, che aspetti e rincorri, e che proprio all’ultima pagina vorresti evitare, per andare ancora avanti ed esorcizzare i limiti che gli autori hanno scelto. La fine della canzone, quando maestoso più di ogni nota, si impossessa di tutto il silenzio. La fine di un bacio dopo un ritorno, che mette sottovuoto ogni sorta di malinconia.

La fine di un pensiero, che avevi srotolato e portato fino a chissà che limite, snodandolo e annodandolo a concetti estranei o affini solo per vederlo lì, disteso e chiaro.

 

Quiggiù sta la penultima bozza del mio primo libro finito. Ho messo la penultima e non l’ultima, perché se dico ultima ci si aspetta una cosa ben fatta, a dir penultima invece si è legittimati ad attendere un miglioramento e certe cose meno belle appaion smussate dalla loro incompiutezza.  In realtà è finito, e mi do le scuse.

Siccome si parlava di fine, di fini, di limiti ultimi, ho scoperto quest’anno che si prova a prendere una storia e a lavorarci fino a scollinare. La storia non è bella, perché è troppo ordinaria, e raccontata in maniera troppo idiota, e i messaggi che passano sono banalizzati e di originale, in definitiva, c’è rimasta la pretesa. In ogni caso, lei qui c’è, perché il lettore da senso a colui che scrive, e parenti e amici già hanno dato, si sa mai, che qualcuno, abbia voglia di sbirciare.

 

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"Storia in Miminore" (al momento non disponibile)

Finirà anche il blog, un po’ per fatica, un po’ per comodità. Mi preparerò, senza fretta, a dire le ultime cose. Diciamo che le parole si vogliono prendere ancora con calma la loro rivincita sul non detto.

 

Byebye, 2008.

 

E Benvenuta, ultima unità del primo decennio! Che il favore del cielo sia con te!


E poi mille mila sfide ancora per vivere con serenità e inseguire sogni con una certa violenza, una certa resistenza, e una certa poesia.
ionontremo88 @ 12:49 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
Così il Brancacci e il Vannucci e il Caldini andarono al sodo. Contattarono il Parini, loro collega di bevute e giornalista apprendista per il giornale del Borgo, letto da un Borghigiano su due, che si chiamava, secondo la logica della fantasia al potere, Il Borgo. Messo al corrente del progetto, al Parini fu riservato il compito di dar voce sulla stampa locale del fatto - non proprio irrilevante - che fonti attendibili confermavano imminente la prossima la fine del mondo, e come ultimo quel Natale lì. Ovviamente perché la cosa avesse più risalto, c’era bisogno di rendere il Borgo più isolato, e concentrato sul problema senza alcuna distrazione. Così i tre, aiutati da altri quattro-cinque compari volenterosi, stamparono volantini che furono poi distribuiti in tutte le case dei settemiladuecento abitanti del Borgo. I volantini spiegavano con fare autorevole che la Crisi avrebbe rovinato il pianeta irrimediabilmente, e che non c’era più così tanto tempo: si doveva fare tutto quello che sembrava giusto fare o che si era tenuto rinchiuso nel cassetto tipico.
E poi, visto che c’erano, e il loro amico Frangia faceva l’antennista per la Pay per View e si intendeva di queste cose, quella notte stessa andò in collina e oscurò il segnale di tutte le Tv. Prendeva solo TeleDiamanteMoliseShoppingTre, dove si vendevano tappeti. Il Casucci tagliò anche i cavi telefonici, e chi si vide si vide.
Pertanto si giunse ad una settimana dalla vigilia del Natale che Il Borgo titolava “Terra nel Caos: Scoop dal Borgo, la fine del mondo parte da qui”. Un editoriale del direttore Vanni Fossalto con toni sobri e con dimostrazione di stile faceva capire che non c’era proprio niente da fare, i segni erano equivocabili. E i segni inequivocabili erano riportati per tutto il giornale: non faceva più la televisione, eccetto TeleDiamanteMoliseShoppingTre. Il Parini con un articolo in terza pagina spiegava con indubbia ragionevolezza l’autenticità dei volantini e dei segni comparsi. Era da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori Americani dell’Università del Colorado (che pur non esistendo ha un nome rassicurante). E poiché nessuno poteva chiamare nel resto del mondo per sapere come andavano le cose, il sindaco allertò i cittadini dall’allontanarsi dai confini del comune. Allora il Parini si offrì come inviato speciale, che coraggiosamente si sarebbe spinto fuori paese a vedere come andavano le cose. In realtà andò di nascosto a casa del Brancacci, dove tutti insieme si stavano vedendo il Ciclone. Ma l’indomani ritornò in redazione con un reportage sconvolgente. Il Borgo titolò: “l’inviato Parini rivela: fuori dal Borgo non c’è più niente. Reportage dal mondo che non esiste più”. Probabilmente, faceva sapere, erano rimasti gli unici abitanti del pianeta. La Crisi era stata brutta brutta, e gli analisti avevano sbagliato le previsioni. Tutto era perduto, e probabilmente, anche per il Borgo sarebbe rimasto poco tempo.

Unico neo in queste sobrie e realistiche dichiarazioni era il fatto che a TeleDiamanteMoliseShoppingTre continuava ad esserci il solito presentatore sudato a vendere tappetti, che era presumibilmente vivo. Non si erano udite chiamate in studio, quindi, o nessuno sentiva la necessità di acquisire un tappeto o tutti gli ipotetici telespettatori erano realmente morti. Ma lui no. (già su Il Borgo nella sezione “Cultura&Società” si parlava di questo Presentatore. L’UnicoUomoRimastoFuoriDalBorgo. Un’entità misteriosa e potentissima, un personaggio di culto da venerare e rispettare. Entrarvi in contatto era proibito, e i telefoni non funzionavano più proprio perché non dovevano esserci tramiti diretti tra l’uomo e la divinità)

Comunque.
Tutti gli abitanti del Borgo si riversarono nel borgo. Si discuteva su cosa fare, su come agire, se rassegnarsi. Qualcuno diceva che era meglio non fare niente, che tanto prima o poi smetterà di piovere. Alcuni erano scesi in piazza con delle maschere antigas, che non si sa mai. Qualcuno disse che era colpa di Bush. Uno fece notare che le galline non facevano più uova. Il sindaco disse che c’era da essere orgogliosi, visto che quelli del comune di Montaione erano già schiantati tutti e che quindi Borgo era uscito finalmente vittorioso da una storica rivalità. La Wanna di WannaSport&Accessori si lamentò che nessuno comprava tute da sci, sci, scarponi da sci, guanti, cappelli e accessori per gli sport invernali, visto che nessuno poteva andare sulla neve. Il sindaco la assunse come segretaria.
Il prete si riconobbe perplesso, perché San Giovanni l’Apocalisse la descriveva un tantino diversa.
Sorsero polemiche di ogni tipo, che si placarono solo quando un’ondata di sonno travolse tutta la cittadinanza, nel momento esatto in cui il Rossini, consigliere comunale di Rifondazione, prese la parola per pronunziare un’arringa contro il Capitale Tiranno, l’America, il Sindaco, il Caro Vita, il Lavoro Precario, l’uccisione delle foche, il Livorno in Serie B. Concluse facendo appello alla coscienza di classe. La folla si destò, e il capo dello schieramento avverso fece richiamo al buon senso dei cittadini, affinché non si facessero abbindolare dal populismo e continuassero a votare i candidati del proprio partito, che da sempre si erano distinti per il rigore morale. Il Sindaco placò gli animi, e colse l’occasione per rinnovare la propria candidatura, accompagnando la notizia con una tastata di culo alla Wanna. Molti applausi si levarono dalla folla. Al termine dei quali, una vocina di un bambino, credo fosse il Maltoni, figlio dell’ortolano, fece notare:
“sì, e ora però?”
 
Si fecero avanti il Brancacci, il Vannucci e il Caldini.
ionontremo88 @ 13:49 | commenti (6)(popup) | commenti (6)

Avevo il dovere di dire certe cose, magari sulla Palestina, o certe cose dovute o promesse. E invece è passato troppo tempo, e  c'è aria di robe nuove. Quindi se uno si rassegna, e rinuncia al voler per forza narrare eventi realmente accaduti o pensieri realmente propri, scrive perlopiù a caso, e con risultati alterni. Ecco a voi la prima puntata di un raccontino così. Poi ne arriverà una seconda e forse una terza. Dipende da come mi prende voglia di finirla.


Le lucine blu del Borgo si affaccendavano a lampeggiare intermittenti sopra le teste dei tanti passanti di quella domenica sera. Un bel mucchio di esseri umani con le mani in tasca e con i berretti calati in testa per sopravvivere con dignità al freddo serpente si affacciavano alle vetrine splendenti dei negozi. Ti avevano così tanto parlato di crisi che anche i manichini ti parevano più sobri e la gente metteva mano al portafogli con più rimpianti del solito e i negozianti mostravano meno denti bianchi, giacché di sorridere si aveva poca voglia, e si era pure comprato un dentifricio più economico, per far fronte all’apocalisse.

Il ministro dello shopping aveva annunziato dal salotto di uno studio tv che la crisi sarebbe stata nera, e che l’anno dopo sarebbe stata ancora peggio, e quello dopo anche, poi basta. Due anni e mezzo di pena, senza possibilità di sconto. “Dopo” aveva annunciato, “si potrà riprendere con la felicità ordinaria”. Il giorno seguente aveva parzialmente smentito: “cittadini”, aveva detto, “se vogliamo salvare l’economia, almeno un po’ bisogna spendere. Quindi mi raccomando: sappiate che c’è Crisi, che il mondo potrebbe fallire, ma voi continuate a comprare”.

E così sotto alle lucine del borgo le famiglie facevano un po’ di acquisti per salvare il mondo, e un po’ risparmiavano perché non si sa mai, ché la crisi potrebbe essere brutta sul serio.

“Meglio Crisi che Stasi!” urlò il buon Brancacci che si divertiva a vedere le nuvolette di vapore uscire dalla bocca. “Almeno c’è qualcosa di diverso quest’anno. La Crisi porta cambiamento. Si entra in un periodo brutto per uscirne con dignità. Non è il solito ordinario vivacchiamento”. Il Vannucci annuiva sorseggiando una cioccolata calda che gli aveva sporcato tutto il volto.

“Certo che” faceva sapere il Caldini due mattonelle più in là “si potrebbe fare anche di più”.

“in che senso?” chiese perplesso il Brancacci.

“nel senso che se veramente la Crisi fosse soda come ce la narrano, potrebbe essere l’ultimo Natale che passiamo. Magari la Crisi distrugge il mondo, o il Borgo, e anche se restiamo vivi te lo scordi un altro Natale”

Il Vannucci riemergendo dalla cioccolata disse che se si doveva morire tutti lui andava in India al volo, che se l’era proprio promesso prima di crepare. Il Brancacci annunciò che se era giunta la loro fine, bisognava proprio andare in chiesa a confessarsi e poi rivedere un’altra volta Il Ciclone: se si doveva tirare il calzino andava fatto con ironia e sacralità.

Il Caldini iniziò a concretizzare il proprio pensiero e mise a punto lì su due piedi la propria poetica:

“noialtri si potrebbe cambiare il mondo”

“Io vado in India”, disse il Vannucci.

“il mondo…intendo il Borgo” puntualizzò il Caldini. “ché se noi facciamo credere a questa gente che questo Natale è veramente l’ultimo ci sta che tirino fuori le palle, e qualcosa di buono viene fuori. Magari nemmeno tanto: però, per dire, la mia zia al posto che regalare un paio di guanti scamosciati a ogni membro della famiglia, comprati a cinquanta centesimi cadauno dalla cesta dimenticata del discount, potrebbe impegnarsi un po’ di più. Magari non riscopre l’amore ma mi regala un libro. Anche di merda, per carità. Ma almeno ci avrebbe provato, mossa da chissà quale buon sentimento”

“in effetti” risorse il Brancacci “quando le cose si fanno per l’ultima volta si fanno con una passione speciale. Io l’ultima partita della carriera con la Virtus l’ho vissuta con una grinta notevole. Se fossi certo che questo è l’ultimo Natale andrei anche a cena con i nonni e regalerei una sciarpa di lana alla mamma e mi potrei addirittura pettinare. Non tanto per senso del dovere, ma anche solo per farli felici”.

“però non è vero che il mondo è finito” sbrodolò il Vannucci. “sennò io dovrei mantenere la promessa e andare in India”.

“ma noi facciamo finta di sì. Mica puoi saperlo. È come la morte: te non sai mica che c’è dopo: però agisci di prevenzione, giochi d’anticipo, e ogni tanto ti prepari. Vegli. Noi facciamo credere alla gente che questo Natale è l’ultimo, e tra il ventisei e il ventisette di dicembre la Crisi ci ucciderà tutti. Tirerebbe fuori qualcosa di nuovo, probabilmente buono.”

“uh!”

“adoperiamoci!” cinguettarono all’unisono i tre giovani speranzosi.

FINE DELLA PRIMA PARTE.

Pensavo anche, boh, di pubblicare qui quel libro che avevo scritto. Uh?


ionontremo88 @ 09:25 | commenti (8)(popup) | commenti (8)