Crogiolandosi nella più devastante (arrendetivi subito, mi sa che ho voglia di usarla spesso, questa parola) stasi, il buon Gabrio Tinti fumava immobile sigarette morbide e sputava in aria formelle di fumo, e se non ci piace considerare l’eventualità che si stesse ammazzando i polmoni, vogliate almeno passare per buona la prospettiva che vedeva, come ammazzato, almeno il suo tempo. Devastante pure era la situazione sopra la sua testa: il piombo pareva nebulizzato e spalmato nel cielo, e miriadi di entità chimiche dai nomi impronunciabili gridavano battaglia contro Gabrio Tinti e il creato in genere. Il creato che, puntualmente, sfilava felice e sguazzava nella propria precaria condizione.
L’Università era occupata, il liceo della cara Carla Puri, amata fanciulla, era occupato, e il cesso che Gabrio durante quella manifestazione studentesca, per le vie del centro, aveva bramato, pure era occupato. La mente, ovviamente, si srotolava per slogan: certi ministri, pensava quel Gabrio Tinti, sembrano fatti apposta per essere odiati.
Si alternavano sensazioni di entusiasmo e depressione, la consapevolezza di esser liberi, partecipi e impotenti.
E non era male fare certe riflessioni articolate, lì, sullo scalino, ad aspettare che l’amata arrivasse a manifestare e che il cesso si liberasse. Vedeva scorrere una buona massa di giovani di ogni età, non più con i soliti miti sempiterni sulle labbra e decorati con colori sgargianti.
Era d’accordo con la protesta, ed ovviamente contrario alle proposte governative che guarda-un-po’ avevano come obiettivo ultimo quello di risparmiare soldi e cercare di tappare i buchi che in maniera opinabile e devastante erano stati creati. E col Tinti, mi raccomando, tagliate quello che volete, ma non la cultura. Che poi non importa se lui non la usava, ma sarebbe stata una sensazione tremenda vedere che in quel paese veniva abbattuta l’unica cosa che lo rendeva un po’ fiero di esserne cittadino. E ora permettetegli, al buon Gabrio Tinti, una serie rabbiosa di superficiali considerazione esposta in maniera sconnessa e del tutto simile alla forma e ai metodi del flusso colorato di studenti:
non si può andare ad assemblee “per formulare idee e nuove forme di protesta” e uscire fuori dopo aver avuto la brillante idea di stampare alcuni volantini colorati, non si può occupare una scuola perché ne hanno occupata già un’altra. Se si occupa una scuola, poi, occupiamola a modo. E poi: le occupazioni delle fabbriche sono partite ad inizio secolo, il sessantotto è finito da quaranta anni e l’occupazione è sempre uguale. Raramente è servita sul serio: nel frattempo sono cambiate tante cose, siamo passati dalla monarchia alla dittatura fino alla democrazia e alla attuale democratura: forse è qui che si potrebbe cambiare. Non chiedetegli come, a Gabrio Tinti, che sta aspettando, genericamente, su uno scalino. E comunque Gabrio Tinti ci teneva a far sapere in giro che la crisi economica era mondiale perché il mondo era abbastanza globalizzato: ma in realtà è una crisi economica occidentale, ché in realtà, in Africa, la crisi era arrivata da un pezzo. Questa crisi forse ci renderà migliori. A patto che non ne usciamo. E se si è in grado di organizzare in mezz’ora un summit per stabilire l’utilizzo di 1300 miliardi di euro per salvare i fulcri dell’economia, mi domando perché quei 1300 miliardi non erano stati usati di già prima, almeno un po’, divisi tra i meritevoli di felicità.
E la follia suprema, visto che siamo immersi nel qualunquismo e nei ragionamenti per difetto, era la figura di merda internazionale del belpaese che diceva no al piano antinquinamento, caso praticamente unico assieme alla Polonia: perché è chiaro, rovinerebbe la crescita economica e l’industria. Perché è chiaro, meglio che il mondo scoppi abitato da ricchi, piuttosto che sopravviva sano con noi un po’ più sobri.
Poi dopo l’ultima sigaretta, con il corteo che già sfilava via, il bagno si era liberato: Gabrio entrò nel bar e notò che la tv sintonizzata su quello che era il quarto canale, raccontava di “violente proteste di studenti in tutta la penisola, scontri con la polizia a Milano”. Gabrio si affacciò fuori per indagare la realtà: studenti medi col sorriso sulle labbra si abborracciavano per sentirsi vivi: in maniera ingenua, ma innocente. Per una volta, forse, con la politica morta secca c’entrano poco, per una volta sembravano uniti per un bene comune. Ma se questo è quello che volete raccontare fate pure. Non fate che giustificare lo sdegno di chi voleva sperare. Non migliorate la situazione. Vi troverete, un giorno, con una generazione in più di incazzati cronici. Gabrio se ne uscì dal bar senza usare il bagno, ché non se la sentiva di lasciare un pezzo organico di sé in un locale acceso su Rete4. Eccolo di nuovo dentro, lo spirito della protesta.
Passò la porta, pronto a devastarsi ulteriormente i polmoni e ad accompagnare l’attesa di eroici superficiali pensieri, vide arrivare radiosa Carla Puri, con una maglietta celeste che ti faceva vedere di che colore avrebbe dovuto, a cose normali, essere il cielo.
(Se non scrivi più, quando scrivi, devi recuperare tempo: e quello che si perde, in genere è la sostanza. Sembra però che sia il mio dovere, la superficialità)
Byebye
P.S. Ho aggiunto un commento "serio" al post, per specificare certe posizioni.









