Avevo il dovere di dire certe cose, magari sulla Palestina, o certe cose dovute o promesse. E invece è passato troppo tempo, e  c'è aria di robe nuove. Quindi se uno si rassegna, e rinuncia al voler per forza narrare eventi realmente accaduti o pensieri realmente propri, scrive perlopiù a caso, e con risultati alterni. Ecco a voi la prima puntata di un raccontino così. Poi ne arriverà una seconda e forse una terza. Dipende da come mi prende voglia di finirla.


Le lucine blu del Borgo si affaccendavano a lampeggiare intermittenti sopra le teste dei tanti passanti di quella domenica sera. Un bel mucchio di esseri umani con le mani in tasca e con i berretti calati in testa per sopravvivere con dignità al freddo serpente si affacciavano alle vetrine splendenti dei negozi. Ti avevano così tanto parlato di crisi che anche i manichini ti parevano più sobri e la gente metteva mano al portafogli con più rimpianti del solito e i negozianti mostravano meno denti bianchi, giacché di sorridere si aveva poca voglia, e si era pure comprato un dentifricio più economico, per far fronte all’apocalisse.

Il ministro dello shopping aveva annunziato dal salotto di uno studio tv che la crisi sarebbe stata nera, e che l’anno dopo sarebbe stata ancora peggio, e quello dopo anche, poi basta. Due anni e mezzo di pena, senza possibilità di sconto. “Dopo” aveva annunciato, “si potrà riprendere con la felicità ordinaria”. Il giorno seguente aveva parzialmente smentito: “cittadini”, aveva detto, “se vogliamo salvare l’economia, almeno un po’ bisogna spendere. Quindi mi raccomando: sappiate che c’è Crisi, che il mondo potrebbe fallire, ma voi continuate a comprare”.

E così sotto alle lucine del borgo le famiglie facevano un po’ di acquisti per salvare il mondo, e un po’ risparmiavano perché non si sa mai, ché la crisi potrebbe essere brutta sul serio.

“Meglio Crisi che Stasi!” urlò il buon Brancacci che si divertiva a vedere le nuvolette di vapore uscire dalla bocca. “Almeno c’è qualcosa di diverso quest’anno. La Crisi porta cambiamento. Si entra in un periodo brutto per uscirne con dignità. Non è il solito ordinario vivacchiamento”. Il Vannucci annuiva sorseggiando una cioccolata calda che gli aveva sporcato tutto il volto.

“Certo che” faceva sapere il Caldini due mattonelle più in là “si potrebbe fare anche di più”.

“in che senso?” chiese perplesso il Brancacci.

“nel senso che se veramente la Crisi fosse soda come ce la narrano, potrebbe essere l’ultimo Natale che passiamo. Magari la Crisi distrugge il mondo, o il Borgo, e anche se restiamo vivi te lo scordi un altro Natale”

Il Vannucci riemergendo dalla cioccolata disse che se si doveva morire tutti lui andava in India al volo, che se l’era proprio promesso prima di crepare. Il Brancacci annunciò che se era giunta la loro fine, bisognava proprio andare in chiesa a confessarsi e poi rivedere un’altra volta Il Ciclone: se si doveva tirare il calzino andava fatto con ironia e sacralità.

Il Caldini iniziò a concretizzare il proprio pensiero e mise a punto lì su due piedi la propria poetica:

“noialtri si potrebbe cambiare il mondo”

“Io vado in India”, disse il Vannucci.

“il mondo…intendo il Borgo” puntualizzò il Caldini. “ché se noi facciamo credere a questa gente che questo Natale è veramente l’ultimo ci sta che tirino fuori le palle, e qualcosa di buono viene fuori. Magari nemmeno tanto: però, per dire, la mia zia al posto che regalare un paio di guanti scamosciati a ogni membro della famiglia, comprati a cinquanta centesimi cadauno dalla cesta dimenticata del discount, potrebbe impegnarsi un po’ di più. Magari non riscopre l’amore ma mi regala un libro. Anche di merda, per carità. Ma almeno ci avrebbe provato, mossa da chissà quale buon sentimento”

“in effetti” risorse il Brancacci “quando le cose si fanno per l’ultima volta si fanno con una passione speciale. Io l’ultima partita della carriera con la Virtus l’ho vissuta con una grinta notevole. Se fossi certo che questo è l’ultimo Natale andrei anche a cena con i nonni e regalerei una sciarpa di lana alla mamma e mi potrei addirittura pettinare. Non tanto per senso del dovere, ma anche solo per farli felici”.

“però non è vero che il mondo è finito” sbrodolò il Vannucci. “sennò io dovrei mantenere la promessa e andare in India”.

“ma noi facciamo finta di sì. Mica puoi saperlo. È come la morte: te non sai mica che c’è dopo: però agisci di prevenzione, giochi d’anticipo, e ogni tanto ti prepari. Vegli. Noi facciamo credere alla gente che questo Natale è l’ultimo, e tra il ventisei e il ventisette di dicembre la Crisi ci ucciderà tutti. Tirerebbe fuori qualcosa di nuovo, probabilmente buono.”

“uh!”

“adoperiamoci!” cinguettarono all’unisono i tre giovani speranzosi.

FINE DELLA PRIMA PARTE.

Pensavo anche, boh, di pubblicare qui quel libro che avevo scritto. Uh?


ionontremo88 @ 09:25 | commenti (8)(popup) | commenti (8)

Crogiolandosi nella più devastante (arrendetivi subito, mi sa che ho voglia di usarla spesso, questa parola) stasi, il buon Gabrio Tinti fumava immobile sigarette morbide e sputava in aria formelle di fumo, e se non ci piace considerare l’eventualità che si stesse ammazzando i polmoni, vogliate almeno passare per buona la prospettiva che vedeva, come ammazzato, almeno il suo tempo. Devastante pure era la situazione sopra la sua testa: il piombo pareva nebulizzato e spalmato nel cielo, e miriadi di entità chimiche dai nomi impronunciabili gridavano battaglia contro Gabrio Tinti e il creato in genere. Il creato che, puntualmente, sfilava felice e sguazzava nella propria precaria condizione.

L’Università era occupata, il liceo della cara Carla Puri, amata fanciulla, era occupato, e il cesso che Gabrio durante quella manifestazione studentesca, per le vie del centro, aveva bramato, pure era occupato. La mente, ovviamente, si srotolava per slogan: certi ministri, pensava quel Gabrio Tinti, sembrano fatti apposta per essere odiati.

Si alternavano sensazioni di entusiasmo e depressione, la consapevolezza di esser liberi, partecipi e impotenti.

E non era male fare certe riflessioni articolate, lì, sullo scalino, ad aspettare che l’amata arrivasse a manifestare e che il cesso si liberasse. Vedeva scorrere una buona massa di giovani di ogni età, non più con i soliti miti sempiterni sulle labbra e decorati con colori sgargianti.

Era d’accordo con la protesta, ed ovviamente contrario alle proposte governative che guarda-un-po’ avevano come obiettivo ultimo quello di risparmiare soldi e cercare di tappare i buchi che in maniera opinabile e devastante erano stati creati. E col Tinti, mi raccomando, tagliate quello che volete, ma non la cultura. Che poi non importa se lui non la usava, ma sarebbe stata una sensazione tremenda vedere che in quel paese veniva abbattuta l’unica cosa che lo rendeva un po’ fiero di esserne cittadino. E ora permettetegli, al buon Gabrio Tinti, una serie rabbiosa di superficiali considerazione esposta in maniera sconnessa e del tutto simile alla forma e ai metodi del flusso colorato di studenti:

non si può andare ad assemblee “per formulare idee e nuove forme di protesta” e uscire fuori dopo aver avuto la brillante idea di stampare alcuni volantini colorati, non si può occupare una scuola perché ne hanno occupata già un’altra. Se si occupa una scuola, poi, occupiamola a modo. E poi: le occupazioni delle fabbriche sono partite ad inizio secolo, il sessantotto è finito da quaranta anni e l’occupazione è sempre uguale. Raramente è servita sul serio: nel frattempo sono cambiate tante cose, siamo passati dalla monarchia alla dittatura fino alla democrazia e alla attuale democratura: forse è qui che si potrebbe cambiare. Non chiedetegli come, a Gabrio Tinti, che sta aspettando, genericamente, su uno scalino. E comunque Gabrio Tinti ci teneva a far sapere in giro che la crisi economica era mondiale perché il mondo era abbastanza globalizzato: ma in realtà è una crisi economica occidentale, ché in realtà, in Africa, la crisi era arrivata da un pezzo. Questa crisi forse ci renderà migliori. A patto che non ne usciamo. E se si è in grado di organizzare in mezz’ora un summit per stabilire l’utilizzo di 1300 miliardi di euro per salvare i fulcri dell’economia, mi domando perché quei 1300 miliardi non erano stati usati di già prima, almeno un po’, divisi tra i meritevoli di felicità.

E la follia suprema, visto che siamo immersi nel qualunquismo e nei ragionamenti per difetto, era la figura di merda internazionale del belpaese che diceva no al piano antinquinamento, caso praticamente unico assieme alla Polonia: perché è chiaro, rovinerebbe la crescita economica e l’industria. Perché è chiaro, meglio che il mondo scoppi abitato da ricchi, piuttosto che sopravviva sano con noi un po’ più sobri.

Poi dopo l’ultima sigaretta, con il corteo che già sfilava via, il bagno si era liberato: Gabrio entrò nel bar e notò che la tv sintonizzata su quello che era il quarto canale, raccontava di “violente proteste di studenti in tutta la penisola, scontri con la polizia a Milano”. Gabrio si affacciò fuori per indagare la realtà: studenti medi col sorriso sulle labbra si abborracciavano per sentirsi vivi: in maniera ingenua, ma innocente. Per una volta, forse, con la politica morta secca c’entrano poco, per una volta sembravano uniti per un bene comune. Ma se questo è quello che volete raccontare fate pure. Non fate che giustificare lo sdegno di chi voleva sperare. Non migliorate la situazione. Vi troverete, un giorno, con una generazione in più di incazzati cronici. Gabrio se ne uscì dal bar senza usare il bagno, ché non se la sentiva di lasciare un pezzo organico di sé in un locale acceso su Rete4. Eccolo di nuovo dentro, lo spirito della protesta.

Passò la porta, pronto a devastarsi ulteriormente i polmoni e ad accompagnare l’attesa di eroici superficiali pensieri, vide arrivare radiosa Carla Puri, con una maglietta celeste che ti faceva vedere di che colore avrebbe dovuto, a cose normali, essere il cielo.

 

(Se non scrivi più, quando scrivi, devi recuperare tempo: e quello che si perde, in genere è la sostanza. Sembra però che sia il mio dovere, la superficialità)

Byebye

P.S. Ho aggiunto un commento "serio" al post, per specificare certe posizioni.

ionontremo88 @ 23:48 | commenti (10)(popup) | commenti (10)

(Arrivo allora al parco dove la rugiada acida ha bagnato tutte le panchine verdi da poco riverniciate, come a nuova vita riportate dopo le incrinature nello smalto per il sole d’agosto.

Apro il giornale, e mi siedo su una delle tante panchine vuote. Mi sento bene e quasi vivo, in un gesto così semplice e d’altri tempi.

Un vecchieto mi nota, e sbattendosene delle panchine libere, si siede accanto a me.)

 

“beato te che sei giovane”

“ ‘giorno”

“ciao giovanotto”

“sì.”

“beato te che sei giovane”

“beh, sì. Ma anche lei, boh, mica sta così male. Voglio dire, mica è così vecchio. È in forma”

“IO???”

“sì”

“oh figliolo, io son del ’26. C’ho ottantadue anni”

“li porta bene”

“beato te che non hai fatto la guerra”

“sì”

“s’era io e il Parri, sai, Guido, quello che prima c’aveva la macelleria, e s’era in fanteria prima, e poi, dopo, s’era con la brigata, e il Parri ne prese anche due, alla testa, dei tedeschi, io invece lo vedi che braccio c’ho, mica sparavo, che m’ero ferito, sicchè facevo la vedetta, c’era un freddo sempre, io, beato te, non c’era mica il riscaldamento eh, però alla fine si vinse la guerra, anche se la mia amorosa se l’era portata via un caporale, quel bastardo”

“mi dispiace”

“eh, ma te che ne sai di queste cose”

“ho studiato”

“ma non c’era mica scritto del Parri sul libro”

“no, mi sa di no”

“vedi, tutti uguali sono”

“boh, forse ho letto male, magari diceva qualcosina…”

“tutti uguali. Sempre agli eserciti e mai a Guido Parri, sempre alle banche e mai a me che fo la fila alla posta, sempre alla politica e mai a me che c’avevo la tessera del PSI e ora non c’è nemmeno più il PSI”

“mi dispiace”

"e l'ho sempre detto io, anche col Parri, si diceva sempre, né dei Russi né degli Americani ci si deve fidare, ché anche gli Americani non sono come te lo dicono alla televisione, io uno l'ho conosciuto e non faceva che bere, mica son come te li raccontano, sempre felici, io l'ho visto uno. E però io m'era preso il dubbio, a me, che Craxi faceva gli affari, l'avevo capito, e avevo smesso anche di dargli il voto, infatti"

"aveva visto bene, in effetti"

“ma io mi domando, giovanotto, ma se si muore, gliene frega nulla a nessuno?”

“penso di sì”

“a chi?”

“almeno ai nostri cari”

“tutti morti, a parte quel bucorotto del mio cognato, speriamo schianti”

“già”

“non gliene frega nulla a nessuno”

“…”

“e mai uno che scriva sui libri di noialtri che si faceva la guerra”

 

(tira un po’ di vento, e il giornale che non sto leggendo si scompagina. Il vecchietto si alza, con calma e scricchiolii)

 

“io vo a casa, che se non mangio presto non digerisco, e c’ho da pigliare la pasticca, per la circolazione sai, e poi oggi alle tre c’ho le analisi, per la pressione, e da passare in farmacia, a prendere quelle per il cuore”

“beh. Buona giornata”

“certo eh.”

“sì”

“alla fine dei giochi, nonostante tutto, guarda cosa non si fa per non schiantare”

 

(Ride e scatarra, si gira, e scrive la storia, sua e del Parri, sull’ennesima panchina del parco, un’altra ricetta del dottore, il solito volto di farmacista e ancora un ‘fanculo all’autunno, che fa entrare l’umido nelle ossa, speriamo arrivi un’altra primavera, l’ottantatreesima)

ionontremo88 @ 12:05 | commenti (10)(popup) | commenti (10)

Eri partito con le raccomandazioni del caso: e il caldo, e i furti, e i soldi, e l’alcol, e non fumare.
Rito obbligatorio prima di ogni partenza scomoda.
Le rotaie scorrevano molto più lisce di quanto l’animo non mostrasse, vuoi per le distanze accentuate e per sensi di lontananza che dopo tanto peregrinare ci sta pure si facessero sentire, vuoi per la difficoltà dei percorsi che, da bravi organizzatori, tu e gli altri, avevate programmato troppo alla leggera.
(e non so se c’avevi fatto caso, ma la Spagna è grossotta, insomma, bella larga, non è la Toscana, o l’Irlanda. Insomma. Ci vuole.)
Così ti eri trovato zaino in spalla girovagante per una non tua nazione, tra città arabeggianti, monumenti, cattedrali, piazze, ostelli e birre. E le scalate alle vette, tremila metri di beatitudine, e la giornata sull’oceano, e poi e poi.
Non ti riesce più fare i resoconti come un tempo: sarà che ormai hai capito che interessano più a te che scrivi, che non agli altri. Lo fai per ricordare, per memorizzare, per rendere vita a pietre passate per un attimo nel campo visivo. Ma servono a poco, spesso, certi resoconti. O ci fai un libro, o un racconto. Sennò insomma. C’è la guida del Touring club.
Però un dovere ce l’hai: dire qualcosa di invisibile che hai visto. Il resto si legge, si rivede, si racconta.
Hai capito che la cultura araba, questa estate, ti è un po’ entrata dentro, e che c’hai poco da tirartela perché sei europeo tutto d’un pezzo. Che la tolleranza non è prerogativa tua. Hai visto gli orizzonti dall’alto della Sierra Nevada. Dopo la salita: la vetta. Potresti citare i nomi delle montagne intorno (che non sai, e non hai mai saputo). E invece gridi: meraviglia! Stupore! Passerotto saltelli sulla roccia nuda a beccare il sole! A tremila metri! Foto nel vuoto!
Hai ancora quella vecchia sensazione strana, di cui sei felice, ma che ti spaventa: perché è toccato a te essere felice con poco? Perché te e i tuoi amici siete beati a parlare di minchiate politica sport metafisica musica?
Sarà che ormai avete addosso la certezza che siete destinati alla felicità, e che quindi siete responsabili di questo vantaggio: il resto, tutto il resto, quello non dato, va guadagnato. Compresa la birra in più, lo scazzo esagerato. Non ve lo volete far piovere dal cielo, ve lo concedete. Felici come dei bambini, a ridere e a pensare per vie mai viste.
(intrufolarsi ad un matrimonio spagnolo a Granada, comparendo in quasi tutte le foto, rovinando la coreografia perfetta di hollywoodiani vestiti, tu con la tua maglietta foulard ciabatta)
Hai incontrato personaggi: chi per cinque minuti, un ciao, per quale squadra tifi, ti piacciono gli after, qualcuno per tre sere è rimasto con noi, rimanendo un po’ nel cuore. Hai capito che senza pastasciutta si vive male. Maledetta Italia provinciale.
E poi tutte quelle cose che non dici e non hai voglia di dire, per il solito fottuto problema della copertura, dell’ermetismo venuto male, e per gli sguardi indiscreti che ti sorvegliano, come a voler sapere tutto di te, per accusarti di boriosità, pochezza, troppezza, per darti di idiota, di stronzo, di bravo, di bello. E tutto questo solo perché hanno letto. Quindi ti fermi, e lasci, casomai, a giudizio, solo le impressioni. Il nome di un posto abbastanza vasto (Spagna. In particolare Andalusia).
Poi basta, che domani ti aspettano dietro la scrivania boy.

(E dal viaggio sei tornato senza soldi. Cinquanta centesimi d’avanzo. Per stare precisi, s’intende.)

In viaggio hai letto due libri: Mattatoio n.5, Vonnegut. Consigliatissimo. Gli interessi in comune, Vanni Santoni, consigliatissimo.
(Il secondo è uno scrittore giovane, che vive vicino a te. Ed è pubblicato da Feltrinelli. Merita)
Tornato hai sentito la paura di aver dimenticato la Palestina. Così hai preso il libro del Patriarca di Gerusalemme, Voce che Grida dal Deserto. Consigliatissimo anche questo. Difficilmente si sentono uomini di fede con una forza del genere, con una radicalità e chiarezza simili.

E non si azzardino più a dirti che ultimamente stai diventando troppo chiaro nell’esposizione, per carità.

Byebye. Bahibek, habibti.

ionontremo88 @ 21:42 | commenti (10)(popup) | commenti (10)

A questo punto c’è solo una cosa da fare: raccontarlo.
Torni a casa e hai negli occhi i volti dei bambini che hai preso in collo, delle pietre vive che ti testimoniano il loro coraggio, di uomini di speranza, uomini di cultura, uomini di resistenza…persone normali che vivono in un terra che per troppe ragioni, veramente, è santa.
DSC02467La Palestina merita giustizia: il muro della vergogna mangia la loro terra, in nome della sicurezza sono violati i diritti di un popolo senza stato, dove le presunte autorità sono in realtà controllate a distanza da altri. C’è il rischio di sembrare anti-sionisti, anti-semiti, anti-israele. Potrò sembrarlo, ma non voglio rovinarmi nella moderatezza: ora sento di dover dire da che parte sta l’ingiustizia.
Un muro che divide in due uno stato da un altro territorio. Senza rispettare il confine, anzi, superandolo. Il muro serpenteggia tra le case bianche di Beth Lem, le circonda, le isola. Le colonie Israeliane vengono costruite nel territorio palestinese, su delle colline. Circondate da mura di protezione. Si allargano, si espandono. Per la sicurezza.
(quanto la politica della paura va di moda…quante cose si è in grado di fare per la sicurezza)
Poi si incontra la gente: Domani andrò a Gerusalemme sai? Vieni anche tu?
No, non posso. Non possiamo passare di là dal muro. Da anni è così. Servono permessi speciali, ricorrenze particolari, o permessi di lavoro, lunghe attese per i documenti, lunghe file ai check point. Dove si subisce l’umiliazione più grande: dover mostrare dei fogli con scritto chi siamo, il colore della nostra carta d’identità, della targa della macchina, dover passare dai metal detector, dover fare file, dover stare in silenzio per mantenere quello spiraglio di diritto che non è nient’altro che la possibilità di muoversi.
Tutto questo (e non l’inverso) ti porta addirittura a comprendere (esagero) le bombe. Che in fondo il terrorismo è sinonimo di disperazione, più che di odio calcolato, o di matematica violenza.
E si sarebbe nella terra di Gesù, dei Profeti, di Maometto.
E allora è ancora più forte la necessità di denunciare una politica di oppressione, saper fare autocritica, saper vedere la questione in tutta la sua completezza (compreso il mito di Arafat da smontare), e alla fine farsi i propri conti, tirare le fila.
Arrivi sotto quel muro, conosci quella realtà…e non hai dubbi. Devi stare dalla parte degli ultimi. Ne riparli fumando narghilè a casa, pensando ai grandi uomini che ti hanno guidato e alle persone che hai conosciuto. Che nonostante tutto sorridono. Profeti e santi del duemila, che però, rischiano di perdere la speranza.
E la speranza invece c’è, i germi ci sono, la pace non parte mai da una parte sola.
Quel muro crollerà in nome dell’umanità, del bene comune, e non delle fazioni e delle nazioni.
A Gerusalemme ci sarà pace, perché non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace a Gerusalemme. E l’uomo del futuro o sarà uomo di pace, o non sarà.
E camminare all’alba nel deserto, e passare da quei luoghi che sembravano tappe di una favola biblica, ed invece esistono (e se li svuoti dei turisti che fanno foto e schiamazzi) e ti parlano.
E pensi che è da lì che tutto è partito, tanta della storia dell’umanità dipende da quel fazzoletto di terra. Gerusalemme è stata distrutta e ricostruita venticinque volte. Adesso Israele esulta per averla riunificata, portata tutta sotto il suo dominio, in culo alle sentenze e ai richiami della comunità mondiale, in culo alla voce dell’Onu. Gerusalemme è loro adesso: sicura, divisa dal resto. Noi di qua, loro di là. Anzi: loro di là, noi di qua, di là, dove vogliamo. I cartelloni appesi alla porta del muro da Israele ti fanno salire al rabbia: un ironico "Peace be with you" scritto in tante lingue. Compreso l'arabo, che però è coperto da un cumulo di attrezzi.
E quindi c’è da testimoniare, da informarsi e da informare. Da fare critiche ed autocritiche.
Non è inutile, è tutto ciò che in Palestina mi è stato chiesto. Questo è l’inizio.

muroCome sempre qui si ragiona per difetto: è uno spazio nato apposta. Ma ci sarà modo per esser più precisi, dopo che certe partenze definitive avranno smesso di sconvolgere, lasciando liberi dentro, per poter considerare, lucidamente, tutto quanto.

Perdonate stili, contenuti, tutto. Credetemi, non è facile.
E con questa stagione, con il mare e l’ombrellone e il caldo e le ferie, mi sento pure inattuale.
Byebye

(E come sempre, io che dovrei servire, ringrazio gli altri che hanno servito me)


ionontremo88 @ 15:39 | commenti (15)(popup) | commenti (15)
In fondo, per salvare il mondo dal disastro climatico, dall'effetto serra, dai danni chimici, dal buco dell'ozono, basterebbe: produrre meno rifiuti, fare la raccolta differenziata, usare i mezzi pubblici, non fumare sigarette o altre cose fumabili, non appiccare incendi nei boschi perché volevamo fare una cenetta rustica e particolare a base di salsicce ma sai com’è le fiamme sono cresciute e il sottobosco si è infiammato, investire sull’eolico e sull’energia solare (visto che ora di sole ce n’è abbastanza) e soprattutto non generare calore superfluo stusciandosi gli uni agli altri sulla pista da ballo liscio della festa dell’Unità.

Ma visto che in era di globalizzazione, mondializzazione, comunicazione, informazione, cooperazione, trasformazione, e crisi degli autotrasporti, è pressoché impossibile pensare di vedere l’umanità rimanere ferma in casa per cause ecologiche, c’è da pensare ad altro.
Siamo una specie furba noi umani: tra salvarsi e fare “le nostre cose”, preferiamo molto di più le nostre cose, per il semplice motivo che siamo attaccati al concetto di proprietà eccetera, e che agiamo secondo la massima “ciò che è mio è mio, ciò che è comune è di nessuno”.
Quindi, la soluzione unica a tutti i problemi, unica via per salvarci dal destino in cui il nostro egoismo ci sta portando, a cui i grandi scienziati non sono mai arrivati, a cui i politici dell’occidente non vogliono dare ascolto perché tengono troppo al petrolio…è questa:

Motore totalmente ecologico ed eterno, semplice da montare:

"Prendiamo il nostro scatolone fabbricane, e tiriamo fuori:
un gatto, una fetta di pane, del burro, del nastro adesivo.
Prendete un coltello (dalla punta arrotondata) e spalmate il burro sul pane.
Attaccate col nastro adesivo la fetta di pane imburrato al dorso del gatto.
Lanciate il Gatto-PaneImburrato in aria, o provate a farlo cadere"

Si osserva che:

-poiché è risaputo che i gatti atterrano sempre in piedi (test biologico)
-poiché è risaputo che una fetta di pane e burro cade sempre dalla parte del burro (corollario della legge di Murphy)

Il vostro Gatto-PaneImburrato inizierà a ruotare su se stesso, e continuerà a farlo in eterno.
E' impossibile che tocchi terra né sulle zampe né sulla schiena, e quindi rimarrà a mezz'aria, realizzando un dispositivo antigravitazionale vorticante.

Ecco a voi un motore pulito ed eterno.

E ora che siamo salvi, torniamo a prendere il sole.

Byebye

P.s. I miei più sentiti ringraziamenti, a nome dell'intera umanità, alle persone di buone volontà che fanno circolare in rete, luogo di verità e democrazia, notizie altrimenti oppresse dalla censura.

 

ionontremo88 @ 14:39 | commenti (19)(popup) | commenti (19)

(Non-sense per far finta di non pensare)
Stavo seduto quieto et sereno presso una panchina ben adombrata, sigarettafumante e comodo dietro una siepe, nell’attesa degli eventi, quando ebbi modo di udire una conversazione.

Parmenide: L’essere è e non può non essere.
Gorgia: Ma cosa dici, niente è. Nulla esiste.
Schopenauer: ma cosa dite! Tutto esiste come rappresentazione mentale!
Nietsche: sì, ma converrete con me che Dio è morto!
Pascal: mmm. Scommettiamo?
Gorgia: mi pare che non c’entri nulla. E comunque, nulla esiste.
Schopenauer: quindi neanche tu.
Gorgia: hai ragione. Ok, muoio.

(Gorgia scompare, sconfitto dal proprio sillogismo)

Marx: in realtà noi siamo un ammasso di carne che vive per soddisfare altra carne: perché continuare così? Perché non emanciparsi? Perché continuare ad esser vittime? Perchè stare sottomessi all'arroganza di quei pochi potenti che ci sfruttano?
Don Milani: non concordo sulla prima parte, però il signor Marx ha ragione: l’obbedienza, vi dico, non è più una virtù!
Hegel: sono un po’ confuso. Con un simpatico schemino dialettico avevo sistemato tutto. Tesi antitesi e sintesi. Ma avete messo troppa carne al fuoco. Era tutto così ordinato, e ora niente torna più. Mi ritirerò nelle mie stanze.
Socrate: io ragazzi miei, credo siate tutti in errore. L’unica cosa che posso dire con certezza è che so di non sapere.
Kierkegaard: non generalizziamo però. Io so che la morte è l’unica cosa certa e l’unica cosa di cui non possiamo sapere niente con certezza.
Nietzche: Dio è morto vi dico! E comunque qui siamo tra filosofi, che cosa ci fa Don Milani?
Marx: già, e poi noi i preti non li vogliamo.
Schopenauer: lasciate fare il priore. Lui è lì in quanto volontà di rappresentazione.
Socrate: io vi dico di lasciar perdere tutti questi discorsi: la cosa che dobbiamo fare è partorire la verità!
Spinoza: vi sbagliate, su un punto, perché Dio è in tutto, Dio è nella Natura, la Natura!
Pitagora: e i triangoli dove li mettiamo?
Marx: in culo li mettiamo! Stiamo parlando di cose serie qua!
Socrate: parla per bene, che sennò lo dico alla maestra.
Marx: m’importa una sega! Non ho voglia di stare a subire le vostre sciocche accuse, rivolte da quale pulpito poi! Rissa!
Nietsche: Dio è morto!

(i filosofi iniziano a farsi minacciosi, ognuno col proprio atteggiamento. Pascal ammette che è più vantaggioso non partecipare alla lotta, perché partecipando, in ogni caso, non vincerebbe nulla. Nietsche diventa super sayan ed è il più agguerrito di tutti. Marx chiama a gran voce i proletari di tutto il mondo, ma prende un gran numero di cazzotti, perché questi nel frammentre sono andati a votare la Lega Nord. Hegel pone una tesi, la smentisce con l’antitesi, e al momento della sintesi scopre di avere il naso sanguinante. Socrate, sapendo di non sapere di prendere dei cazzotti, cade stramazzato a terra. E così via.)
Assisto preoccupato alla rissa. Non pensavo che personaggi così emeriti potessero picchiarsi così. Un po’ deluso, anzi molto a dire il vero, spunto fuori, nel tentativo di sedare la rissa. Si accorgono di me.

Nietsche: un umano!
Schopenauer: ahhh! Ricomponetevi, suvvia!
Tutti: sì sì, non possiamo farci vedere così!
Socrate: che figura!
Tutti: o mamma, perderà stima nei nostri confronti!

Mi avvicino ancora, e prendo parola

Io: ebbene sì, non mi aspettavo un comportamento del genere, così irresponsabile poi!
Tutti: scusa…
Io: no mi va che delle belle menti come voi passino le giornate a scannarsi!
Tutti: scusa…
Io: non dovete chiedere scusa a me. Comunque. Per penitenza, niente televisione per una settimana.
Tutti: noooo
Marx: nemmeno Porta a Porta?
Io: No!
Tutti: sigh.
Io: e ora di corsa in camera vostra. Tutti a letto. Irresponsabili.

(se ne vanno, mesti mesti, consci della figuraccia)

Io: e tu, Gorgia, non far finta di non esistere. La punizione vale anche per te!

(non saprei, a questo punto, che aggiungere, quindi)

***fine***

Presto forse un aggiornamento intelligente.

Byebye

ionontremo88 @ 18:35 | commenti (33)(popup) | commenti (33)

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, anche se ho sempre pensato, dal piano Marshall in poi, che sia fondata sul consumo. Che non sia fondata sul lavoro, perché se i ragazzi sono parcheggiati quinquenni e lustri eccetera  nelle università e poi sono precari incerti disoccupati e incazzati a vita, vuol dire che il fondamento di questa repubblica già viene a mancare. Non che ci sia tutta questa voglia di lavorare. Comunque beh: “sul lavoro” ok, ma “democratica” ...
Al primo maggio a Roma diciamo che c’era tutta la sinistra che non è entrata in parlamento: cosa fai, non entri in parlamento? Vai al primo maggio. Quindi cori contro Alemanno, cori contro Berlusconi. Ma va detto: con poca grinta, finivano subito.
Era meglio giocare a fare Woodstock. Ho preso d’imbecille quando ho chiesto a uno dove era un cestino. È tutto un cestino. Quindi l’estate faceva il soundcheck e ci spellava lo spellabile con fare arrogante e quando dal cielo passava un filo di vento levavo gli occhi in alto e dicevo “sì! Bravo Dio, lascia aperto!”.
(e scorrevano, in mezzo al gruppone, litri e litri di etilene sotto varie forme, per non parlare di sostanze di natura vegetale. Qualcuno non ha retto, qualcuno si è astenuto, qualcuno si è moderato, il più ManuelAgnelli del gruppo –non per somiglianza, ma per adorazione e conoscenza- ha fumato più di dieci bambini da solo e bevuto chissaqquanto. A Woodstock, detto tra di noi, almeno c’era verso di concludere distesi sul prato.)
Al primo maggio no, perché non c’è spazio, e poi siamo veramente troppo impegnati ad essere arrabbiati contro i morti sul lavoro, noialtri. Che poi tra i presenti, mi piacerebbe sapere quanti sono gli studenti e quanti gli operai. (Io un po’ lavoratore sono, solo un po’, ma in un ufficio-redazione è difficile morire. Oddio, in qualche ufficio si potrebbe morire di noia, ma questa è una questione diversa.)
Basta coi morti sul lavoro: sono convinto che qui qualcuno stia un po’ svarionando.
Le statistiche ci dicono che ci sono circa 3 decessi ogni giorno sul posto di lavoro, più di mille l’anno. Ecco: dalla Thyssen in poi (a parte il fatto che ogni partito ha fatto a gara a chi candidava il sopravvissuto migliore. Il sopravvissuto da trattare come un caso raro, come un’eccezione di cui stupirsi, come l’ornitorinco allo zoo, mentre in realtà lo straordinario era il dramma della scomparsa degli altri. E i partiti ci ricamavano sopra. Che bravi) dalla Thyssen in poi è partita la mania. Sembra che tutti muoiano sul lavoro da oggi. Al tiggì la sera: anche oggi un morto sul lavoro. Ma non ci dicono niente di nuovo. Anzi, se la media giornaliera è tre, si potrebbe arrivare quasi a concludere che ne sono morti pochi. E invece no, ci indignamo, diciamo mamma mia, diciamo: bisogna fare qualcosa, e in realtà non sappiamo cosa cazzo fare, perché le morti causate da scarso controllo e manutenzione dei macchinari e delle strutture sono evitabili, ma sono molte meno rispetto a quelle provocate dalla distrazione e dall’errore umano. L’errore, che è la cosa più umana che possa esistere. E’ uno di quei drammi antichi come la storia dell’uomo, a cui non è facile mettere fine, perché è una questione legata alla sopravvivenza nel mondo, è questione esistenziale.
E ancora una volta: bisogna fare qualcosa, ma io non ho idea di cosa sia.
(un saluto a C, che quasi due anni fa bruciò in officina, amico di amici, a cui una canzone dai versi meravigliosi il mio compagno scrisse.)
E smettiamo, noi giovani, di fare discorsi sulla classe operaia: che siamo la brutta copia della copia brutta dell’entusiasmo di un tempo.
(perché a destra è normale che l’ignoranza e l’indifferenza sia diffusa e fatta di massa, mentre a sinistra se inizi a strumentalizzare e prendere con leggerezza ciò che invece ha peso, lo svuoti del suo valore, lo annulli, o lo mandi a farsi fottere)
Tanto che la Libertà è fare ciò che ci pare, l’Uguaglianza è trombare senza distinzioni di sorta, la Fratellanza non l’ho mai capito bene, credo sia tipo guardarsi intorno e vedere che tutti hanno la maglietta dello stesso colore, e che in un certo senso siamo della stessa squadra. (Questo brutto discorso tanto per sputare un po’ su certi vicini di concerto, che argomentavano sulla Resistenza confondendola con il ’68 e con il ’77.)
(e la musica strabolliva e faceva pogare –per forza di cose, ogni movimento era una botta al vicino-, e i gruppi salivano e il palco girava e qualcuno era forte e qualcuno meno, e abbiamo fatto battute su Tricarico, goduto sui nomi noti, compreso perché altri fossero sconosciuti ai più, eccetera.)
Poi gli After, siccome tutti avevano fatto3 pezzi, sono saliti e ne hanno fatti6, perché sapevano che ero lì e ne avevo bisogno. Un po’ di album nuovo (già cantato a squarciagola), una QuelloCheNonC’è fatta con l’armonica che manca poco piango, eccetera. E poi Baustelle e Marlene Kuntz e via verso casa.
Che la Fiorentina ha perso ai rigori, e se non dormo, ci sta pure che divento triste e sto male, dopo una giornata così luminosa. Devo dormire e non pensarci. Sono felice, se penso alla sconfitta in coppa Uefa soffro. Ah, maledizione. Già ci sto male. Ah già! È scattata la mezzanotte, è il due maggio: m’importa un po’ dei lavoratori, sta uscendo, in questo momento, il disco nuovo degli Afterhours. Ho una spesa da fare.
Byebye

p.s. dovevo trovare Briseide dalle converse bordeaux, ma non è stato facile.

ionontremo88 @ 11:48 | commenti (24)(popup) | commenti (24)