In Marocco fa caldo, ma non umido. In Marocco si va tanto in bagno. In Marocco c'è il deserto con le dune e le stelle cadenti, che come direbbe un buon libro, ti dà l'infanzia delle cose. In Marocco ci sono le città imperiali, ma ci sono anche le spiagge, le montagne, le cascate, e il deserto. In Marocco tutti hanno la Fiat Uno. In Marocco le strade hanno tante corsie quante macchine, motorini, biciclette, asini possono entrarci (fino a 5-6 per ogni corsia circa). In Marocco si beve tanto té caldo, generalmente alla menta. In Marocco a sud ci sono i cammelli, e cavalcarli ti rovina un po' sotto. In Marocco ci sono i Muezzin e i Berberi e le Bertucce e gli Hamman e i Riad e i Tagine e tutte queste cose qua, bellissime, che a raccontarle saremmo troppo retorici, noiosi e TouringClub. In Marocco poi tutti ti chiedono:
4 variante "Espana?"
"No, Italiano"
"Di dove?"
"Firenze"
"Ah, toscani: hoha hola hon la hannuccia horta"
5 variante "Espana?"
"No, Italiano"
"Ah, tu Mafia Berlusconi Italiano Mafia!"
6 variante "Italiani?"
"No, Bosnia"
"Ah"
Poi. Di tutte le letture annunciate sono fermo a tre. Però volevo davvero consigliare Come l'Insalata sotto la Neve, di Luca Gallo. E' un romanzo bello per molti motivi. Fa sorridere e commuovere, ed è tenero e crudo e sognante allo stesso tempo. Ti fa innamorare nuovamente delle cose. Dante mi ha regalato una macchina da scrivere, con un foglio con su scritto una frase di Hemingway che dice "La gran cosa è resistere e fare il nostro lavoro e vedere e udire e capire, e scrivere quando si sa qualcosa; e non prima; e, porco cane, non troppo dopo"
e Dante mi ha detto "non è tanto perché tu la usi, quanto di buon auspicio".
Ed ogni volta che torni a casa, rientrando e guardando il letto, viene un po' su la nostalgia della strada.
Così il Brancacci e il Vannucci e il Caldini andarono al sodo. Contattarono il Parini, loro collega di bevute e giornalista apprendista per il giornale del Borgo, letto da un Borghigiano su due, che si chiamava, secondo la logica della fantasia al potere, Il Borgo. Messo al corrente del progetto, al Parini fu riservato il compito di dar voce sulla stampa locale del fatto - non proprio irrilevante - che fonti attendibili confermavano imminente la prossima la fine del mondo, e come ultimo quel Natale lì. Ovviamente perché la cosa avesse più risalto, c’era bisogno di rendere il Borgo più isolato, e concentrato sul problema senza alcuna distrazione. Così i tre, aiutati da altri quattro-cinque compari volenterosi, stamparono volantini che furono poi distribuiti in tutte le case dei settemiladuecento abitanti del Borgo. I volantini spiegavano con fare autorevole che la Crisi avrebbe rovinato il pianeta irrimediabilmente, e che non c’era più così tanto tempo: si doveva fare tutto quello che sembrava giusto fare o che si era tenuto rinchiuso nel cassetto tipico.
E poi, visto che c’erano, e il loro amico Frangia faceva l’antennista per la Pay per View e si intendeva di queste cose, quella notte stessa andò in collina e oscurò il segnale di tutte le Tv. Prendeva solo TeleDiamanteMoliseShoppingTre, dove si vendevano tappeti. Il Casucci tagliò anche i cavi telefonici, e chi si vide si vide.
Pertanto si giunse ad una settimana dalla vigilia del Natale che Il Borgo titolava “Terra nel Caos: Scoop dal Borgo, la fine del mondo parte da qui”. Un editoriale del direttore Vanni Fossalto con toni sobri e con dimostrazione di stile faceva capire che non c’era proprio niente da fare, i segni erano equivocabili. E i segni inequivocabili erano riportati per tutto il giornale: non faceva più la televisione, eccetto TeleDiamanteMoliseShoppingTre. Il Parini con un articolo in terza pagina spiegava con indubbia ragionevolezza l’autenticità dei volantini e dei segni comparsi. Era da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori Americani dell’Università del Colorado (che pur non esistendo ha un nome rassicurante). E poiché nessuno poteva chiamare nel resto del mondo per sapere come andavano le cose, il sindaco allertò i cittadini dall’allontanarsi dai confini del comune. Allora il Parini si offrì come inviato speciale, che coraggiosamente si sarebbe spinto fuori paese a vedere come andavano le cose. In realtà andò di nascosto a casa del Brancacci, dove tutti insieme si stavano vedendo il Ciclone. Ma l’indomani ritornò in redazione con un reportage sconvolgente. Il Borgo titolò: “l’inviato Parini rivela: fuori dal Borgo non c’è più niente. Reportage dal mondo che non esiste più”. Probabilmente, faceva sapere, erano rimasti gli unici abitanti del pianeta. La Crisi era stata brutta brutta, e gli analisti avevano sbagliato le previsioni. Tutto era perduto, e probabilmente, anche per il Borgo sarebbe rimasto poco tempo.
Unico neo in queste sobrie e realistiche dichiarazioni era il fatto che a TeleDiamanteMoliseShoppingTre continuava ad esserci il solito presentatore sudato a vendere tappetti, che era presumibilmente vivo. Non si erano udite chiamate in studio, quindi, o nessuno sentiva la necessità di acquisire un tappeto o tutti gli ipotetici telespettatori erano realmente morti. Ma lui no. (già su Il Borgo nella sezione “Cultura&Società” si parlava di questo Presentatore. L’UnicoUomoRimastoFuoriDalBorgo. Un’entità misteriosa e potentissima, un personaggio di culto da venerare e rispettare. Entrarvi in contatto era proibito, e i telefoni non funzionavano più proprio perché non dovevano esserci tramiti diretti tra l’uomo e la divinità)
Comunque.
Tutti gli abitanti del Borgo si riversarono nel borgo. Si discuteva su cosa fare, su come agire, se rassegnarsi. Qualcuno diceva che era meglio non fare niente, che tanto prima o poi smetterà di piovere. Alcuni erano scesi in piazza con delle maschere antigas, che non si sa mai. Qualcuno disse che era colpa di Bush. Uno fece notare che le galline non facevano più uova. Il sindaco disse che c’era da essere orgogliosi, visto che quelli del comune di Montaione erano già schiantati tutti e che quindi Borgo era uscito finalmente vittorioso da una storica rivalità. La Wanna di WannaSport&Accessori si lamentò che nessuno comprava tute da sci, sci, scarponi da sci, guanti, cappelli e accessori per gli sport invernali, visto che nessuno poteva andare sulla neve. Il sindaco la assunse come segretaria.
Il prete si riconobbe perplesso, perché San Giovanni l’Apocalisse la descriveva un tantino diversa.
Sorsero polemiche di ogni tipo, che si placarono solo quando un’ondata di sonno travolse tutta la cittadinanza, nel momento esatto in cui il Rossini, consigliere comunale di Rifondazione, prese la parola per pronunziare un’arringa contro il Capitale Tiranno, l’America, il Sindaco, il Caro Vita, il Lavoro Precario, l’uccisione delle foche, il Livorno in Serie B. Concluse facendo appello alla coscienza di classe. La folla si destò, e il capo dello schieramento avverso fece richiamo al buon senso dei cittadini, affinché non si facessero abbindolare dal populismo e continuassero a votare i candidati del proprio partito, che da sempre si erano distinti per il rigore morale. Il Sindaco placò gli animi, e colse l’occasione per rinnovare la propria candidatura, accompagnando la notizia con una tastata di culo alla Wanna. Molti applausi si levarono dalla folla. Al termine dei quali, una vocina di un bambino, credo fosse il Maltoni, figlio dell’ortolano, fece notare:
“sì, e ora però?”
Si fecero avanti il Brancacci, il Vannucci e il Caldini.
(Il mio amico tornò giù dal Canada, e quindi, oltre a non avere più lettori, non ho più lettori canadesi.)
Io poi mi domando chi ha deciso che il movimento degli studenti si chiama Onda, e mi domando se un giorno i miei tre figli (uh?) dovranno studiare sui libri qualcosa con un nome così. Ma tanto, lo sappiamo tutti, a studiare la seconda metà del novecento non ci si arriva mai, ché i prof si soffermanno su Giolitti e Salandra e Sonnino.
Magari però si studierà Obama. Dipende però da chi ci sarà a farlo studiare: metti che i nostri figli saranno sotto regime, chissà. Questi futuri prossimi pieni di interrogativi! Parleranno però di Berlusconi e del Berlusconismo. E i bambini staranno a studiare fino a tardi perchè proprio non riescono a capire alcune cose, come certe leggi, cosa c'entra la massoneria e la mafia, ecc. E quel giorno qualcuno di noi abiterà in "piazza Silvio Berlusconi, Imprenditore e Statista". In "Viale Andreotti". In "Largo Dell'Utri". Eccetera. Quel giorno la copertina del libro di storia sarà colorata e divertente, e in allegato ci sarà un mp3 in Gasparri che con le sue guancette morbide narrerà la favola italiana. Lo studio della matematica sarà bellissimo, perché i numeri non conteranno più niente. Io dico che in piazza siamo 1 milione, te dici che non c'era nessuno, che sarà istituito un fondo da 80miliardi di dollari, che saranno tagliati 1miliardo e mezzo alla ricerca, e che tutti i dati non sono veri, perché i numeri sono forniti dalla CGIL. E non è vero che ho tre televisioni, ché io televisioni non ne ho punte.
Ai miei figli racconteranno, tramite foto e schemi e sondaggi di Studio Aperto, che non c'è differenza tra comunità e società, e di conseguenza neanche tra individuo e massa, e perchè no, tra concetto e slogan. Vivranno in una scuola in cui Dante non si deve studiare, perché potrebbe dare un brutto esempio, con la sua eccessiva libertà d'opinione.
Ora mi fermo, che c'ho l'aereo che parte. Se parte.
Sono in ripartenza per Jerusalem, perché quello è un posto che non è come la Normandia o il Gargano o la Norvegia, che sono belli belle ma ci vai una volta e poi basta. Lì ci vai e ci ritorni, perchè la gravità aumenta, e hai voglia di quel deserto e di quelle sorgenti vive.
(Ché in testa avevi un gran bel macello, non scrivevi, non facevi più il punto della situazione, non riuscivi a vedere gli amici, non andavi a giocare a calcetto, non studiavi a modo, non leggevi molto, non riuscivi a formarti un'opinione politica. Basta, si va giù, e si tornerà qua con una speranza addosso disumana. Che non ci farete diventare malinconici mai più. Nemmeno a pensare alla storia contemporanea che ci racconteranno domani.)
Basterebbe - e ne son più che convinto - ripartire dagli ultimi. per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, chi tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità.
(Inusuale, diranno i più accorti, andare a prendersi una boccata d'aria nel punto più caldo del globo.)
Crogiolandosi nella più devastante (arrendetivi subito, mi sa che ho voglia di usarla spesso, questa parola) stasi, il buon Gabrio Tinti fumava immobile sigarette morbide e sputava in aria formelle di fumo, e se non ci piace considerare l’eventualità che si stesse ammazzando i polmoni, vogliate almeno passare per buona la prospettiva che vedeva, come ammazzato, almeno il suo tempo. Devastante pure era la situazione sopra la sua testa: il piombo pareva nebulizzato e spalmato nel cielo, e miriadi di entità chimiche dai nomi impronunciabili gridavano battaglia contro Gabrio Tinti e il creato in genere. Il creato che, puntualmente, sfilava felice e sguazzava nella propria precaria condizione.
L’Università era occupata, il liceo della cara Carla Puri, amata fanciulla, era occupato, e il cesso che Gabrio durante quella manifestazione studentesca, per le vie del centro, aveva bramato, pure era occupato. La mente, ovviamente, si srotolava per slogan: certi ministri, pensava quel Gabrio Tinti, sembrano fatti apposta per essere odiati.
Si alternavano sensazioni di entusiasmo e depressione, la consapevolezza di esser liberi, partecipi e impotenti.
E non era male fare certe riflessioni articolate, lì, sullo scalino, ad aspettare che l’amata arrivasse a manifestare e che il cesso si liberasse. Vedeva scorrere una buona massa di giovani di ogni età, non più con i soliti miti sempiterni sulle labbra e decorati con colori sgargianti.
Era d’accordo con la protesta, ed ovviamente contrario alle proposte governative che guarda-un-po’ avevano come obiettivo ultimo quello di risparmiare soldi e cercare di tappare i buchi che in maniera opinabile e devastante erano stati creati. E col Tinti, mi raccomando, tagliate quello che volete, ma non la cultura. Che poi non importa se lui non la usava, ma sarebbe stata una sensazione tremenda vedere che in quel paese veniva abbattuta l’unica cosa che lo rendeva un po’ fiero di esserne cittadino. E ora permettetegli, al buon Gabrio Tinti, una serie rabbiosa di superficiali considerazione esposta in maniera sconnessa e del tutto simile alla forma e ai metodi del flusso colorato di studenti:
non si può andare ad assemblee “per formulare idee e nuove forme di protesta” e uscire fuori dopo aver avuto la brillante idea di stampare alcuni volantini colorati, non si può occupare una scuola perché ne hanno occupata già un’altra. Se si occupa una scuola, poi, occupiamola a modo. E poi: le occupazioni delle fabbriche sono partite ad inizio secolo, il sessantotto è finito da quaranta anni e l’occupazione è sempre uguale. Raramente è servita sul serio: nel frattempo sono cambiate tante cose, siamo passati dalla monarchia alla dittatura fino alla democrazia e alla attuale democratura: forse è qui che si potrebbe cambiare. Non chiedetegli come, a Gabrio Tinti, che sta aspettando, genericamente, su uno scalino. E comunque Gabrio Tinti ci teneva a far sapere in giro che la crisi economica era mondiale perché il mondo era abbastanza globalizzato: ma in realtà è una crisi economica occidentale, ché in realtà, in Africa, la crisi era arrivata da un pezzo. Questa crisi forse ci renderà migliori. A patto che non ne usciamo. E se si è in grado di organizzare in mezz’ora un summit per stabilire l’utilizzo di 1300 miliardi di euro per salvare i fulcri dell’economia, mi domando perché quei 1300 miliardi non erano stati usati di già prima, almeno un po’, divisi tra i meritevoli di felicità.
E la follia suprema, visto che siamo immersi nel qualunquismo e nei ragionamenti per difetto, era la figura di merda internazionale del belpaese che diceva no al piano antinquinamento, caso praticamente unico assieme alla Polonia: perché è chiaro, rovinerebbe la crescita economica e l’industria. Perché è chiaro, meglio che il mondo scoppi abitato da ricchi, piuttosto che sopravviva sano con noi un po’ più sobri.
Poi dopo l’ultima sigaretta, con il corteo che già sfilava via, il bagno si era liberato: Gabrio entrò nel bar e notò che la tv sintonizzata su quello che era il quarto canale, raccontava di “violente proteste di studenti in tutta la penisola, scontri con la polizia a Milano”. Gabrio si affacciò fuori per indagare la realtà: studenti medi col sorriso sulle labbra si abborracciavano per sentirsi vivi: in maniera ingenua, ma innocente. Per una volta, forse, con la politica morta secca c’entrano poco, per una volta sembravano uniti per un bene comune. Ma se questo è quello che volete raccontare fate pure. Non fate che giustificare lo sdegno di chi voleva sperare. Non migliorate la situazione. Vi troverete, un giorno, con una generazione in più di incazzati cronici. Gabrio se ne uscì dal bar senza usare il bagno, ché non se la sentiva di lasciare un pezzo organico di sé in un locale acceso su Rete4. Eccolo di nuovo dentro, lo spirito della protesta.
Passò la porta, pronto a devastarsi ulteriormente i polmoni e ad accompagnare l’attesa di eroici superficiali pensieri, vide arrivare radiosa Carla Puri, con una maglietta celeste che ti faceva vedere di che colore avrebbe dovuto, a cose normali, essere il cielo.
(Se non scrivi più, quando scrivi, devi recuperare tempo: e quello che si perde, in genere è la sostanza. Sembra però che sia il mio dovere, la superficialità)
Byebye
P.S. Ho aggiunto un commento "serio" al post, per specificare certe posizioni.
E no che non era finito il tempo in cui vagavi per piazze e assemblee cercando di pacificare le tue ansie studentesche e politiche, convinto che il futuro di tutto dipendesse da te, traendo forza e coraggio e serenità dal tuo impegno e trovandoti però rassegnato e arreso di fronte ai tuoi limiti di tempo voglia testa e dai limiti della tua generazione!
Ma non son bravo io a fare spiegazioni o ad arringare folle. Come diceva Mosè, che era balbuziente e provò a dire a Dio che lui, proprio, non se la sentiva. Però, tutto sommato, era comunque Mosè. E guidò una notevole rivolta contro il faraone e liberò il popolo a prescindere dalla balbuzie.
(perché mi lancerò sempre in questi paragoni idioti)
A volte ci ho provato. Adesso basta. Mi vengono in mente proposte abbastanza stupide ultimamente, come andare a fare le manifestazioni con il grembiulino. Proposte per ridere. Quindi, diciamo, informo e basta.
C’è, a questo link, più o meno tutto quello che c’è da sapere. Ora dovrei dire: vi prego leggete, è importante. Dire così non ha mai funzionato. Non obbligo nessuno.
(la verità vi farà liberi)
Oh! Inevitabile fine di un blogger! Che non trova tempo tra il dovere e altri piaceri di trovare le giuste parole da riversare nella rete!
La rete, fortunatamente, produce sempre un senso di abbondanza, mai di mancanza.
Così abbandono per un po’ le mie solite e fottute pretese di esclusività, mi rassegno, e sballo tutto, ritmi, tempi, temi: tutto quello che era necessario per tenere aggiornato uno spazio con i suoi lettori, in cui si pensava e rideva e anche altre cose così.
Non vuol dire che muoio, per carità. Però rassegno le dimissioni da blogger a tempo pieno. A dire il vero è diverso tempo che le dovevo dare. Se non interagisco troppo con voialtri splinderiani e bloggers generici, è perché non ci sono, e quando ci sono (peculiarità di certe gioventù) ho da scrivere e fare blabla per conto mio, e non ho così tanto tempo di affacciarmi sulle finestre delle opinioni altrui. Che Internet, in fondo, sarebbe tanto bello. Sarebbe lo strumento di comunicazione e veicolazione di messaggi migliore in circolazione. E lo è ancora, di fatto. Però boh, non so perché sono peggiorato così tanto. Ok, via. Mi impegnerò.
Oggi comunque è risaltato fuori con un paio di compari una storia sulla poeticità urbana, sul mischiare temi aulici a parole metropolitane. Eccone un paio:
-in paradiso c’è la ZTL
-mi hai rigato la felicità
Non faccio la parafrasi, mi sembrano chiare. È così, anche, che si resta vivi. E’ una testimonianza di resistenza spensierata.
Rileggo la seconda volta l’articolone di Bauman su Repubblica, che mi è piaciuto. Poi scrivo il racconto del secolo, e poi, tranquilli, vi faccio sapere.
Io adoro le minoranze e anche Erasmo da Rotterdam, sebbene c’entrino pochino luncollaltro. (E non dite che non si scrive così, perché suona benissimo). Adoro le minoranze perché in esse sopravvive l’autenticità che nelle maggioranze si perde, e perché le maggioranze confortate dalla superiorità numerica non ricercano niente se non nei punti di comune guadagno. Che non sarebbe neppure una cosa sbagliata, se non fosse che in realtà è una declinazione dell’egoismo più indaco. Perché sappiatelo, l’egoismo è proprio indaco. Nel senso che esiste ma è un colore che esiste senza essere considerato. E adoro quando Erasmo parla di “accettare gli scarti del sentire comune”. E ha scritto un’opera il cui solo nome mi emoziona. Elogio della Follia. Comunque.
Penso al vecchio Sartori, che definiva la democrazia “un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano”.
(E può mettere tristezza vedere un certo governo, anche se forse fa più tristezza non vedere un’opposizione che abbia qualcosa per cui opporsi. E perdonatemi se io c’avevo creduto. Ci sarebbe da approfondire, ma non sono il tipo adatto per gli approfondimenti scritti).
I primi e quelli che credono di esserlo devono ringraziare le minoranze, perché senza di loro non avrebbero di che esultare. Nelle gare c’è qualcuno che arriva primo solo perché qualcuno invece è secondo.
(e ci sarà sempre un po’ di travaso: chi non vuole essere minoranza, e sogna la cravatta del manager e tenta di salire e salire. E magari ce la fa. E chi invece si gira intorno nel proprio ufficio e le scarpe nuove cigolano su un parquet che fa risuonare un senso di solitudine che i molti sorrisi e le molte strette di mano e le molte email e le molte telefonate non avevano mai amplificato. E quindi decide di non essere maggioranza, e va dall’altra parte.)
(Chi non vuole più essere minoranza non sempre però ha la possibilità di uscire dalla propria condizione. Per generazioni e generazioni in minoranza, e nessuno che, di quella famiglia, è riuscito a riscattarsi. Mancanza di soldi, un regno sbagliato, una malattia, un’altra guerra. Perché in realtà, sono solo pochi ad essere volontariamente minoranza.)
Ed è da qui, forse, che nascono forme di violenza diffusa: lo stupro, il furto, lo scippo in villa. I primi classificati mettono in mostra quello che hanno, e i secondi lo vogliono acchiappare.
(non è un giustificare eh)(non ne faccio una questione di legge, di disagio o di politica, ma di cuore)
E così, mi veniva da pensare: chi sceglie di essere minoranza volontariamente, quindi, è uno che ha scelto deliberatamente di perdere. Un folle. Che ha capito che non c’era proprio niente da vincere.
(come la tifoseria della Juventus e quella della Fidelis Andria. Per intendersi. Ma già lo sapevate, che io tifo per gli altri. Chiunque siano gli altri.)
Basta qui.
Volevo salir sul colle a far giuramento, ma non si può se non si hanno dei precedenti per mafia, per essere stati socialisti-lesti, per criminalità ordinaria o straordinaria, per eccesso d’amor padano o per aver fatto la spalla di Magalli nello splendido programma Piazza Grande.
E così, fulmen in clausola, che non so perché non l’avevo ancora detto (se non a pochi intimissimi, come le mutande), ho scritto un libro. Non ha un titolo perché proprio non mi viene. C’è un po’ da ridere ma qualcuno c’ha pianto. Sono convinto di aver scritto cose molto migliori nella mia lunga vita, più originali, scritte meglio, eccetera. Però è intero e finito, ed è una cosa strana.
Che tua madre si domanda com’è possibile che sia successo questo, ma questo personaggio è vero o inventato, ma non fumerai mica così tanto come il protagonista, ma quella ragazza di cui parli è una vera o no? Ma esiste? Dai, me lo dici?
Ma mamma, quando leggi Montalbano mica vai da Camilleri a chiedergli se quella tizia descritta per caso ha qualcosa a che vedere con sua suocera.
Byebye
Troverò pure un modo per smettere di ascoltare il disco nuovo, cavolo.
L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, anche se ho sempre pensato, dal piano Marshall in poi, che sia fondata sul consumo. Che non sia fondata sul lavoro, perché se i ragazzi sono parcheggiati quinquenni e lustri eccetera nelle università e poi sono precari incerti disoccupati e incazzati a vita, vuol dire che il fondamento di questa repubblica già viene a mancare. Non che ci sia tutta questa voglia di lavorare. Comunque beh: “sul lavoro” ok, ma “democratica” ...
Al primo maggio a Roma diciamo che c’era tutta la sinistra che non è entrata in parlamento: cosa fai, non entri in parlamento? Vai al primo maggio. Quindi cori contro Alemanno, cori contro Berlusconi. Ma va detto: con poca grinta, finivano subito.
Era meglio giocare a fare Woodstock. Ho preso d’imbecille quando ho chiesto a uno dove era un cestino. È tutto un cestino. Quindi l’estate faceva il soundcheck e ci spellava lo spellabile con fare arrogante e quando dal cielo passava un filo di vento levavo gli occhi in alto e dicevo “sì! Bravo Dio, lascia aperto!”.
(e scorrevano, in mezzo al gruppone, litri e litri di etilene sotto varie forme, per non parlare di sostanze di natura vegetale. Qualcuno non ha retto, qualcuno si è astenuto, qualcuno si è moderato, il più ManuelAgnelli del gruppo –non per somiglianza, ma per adorazione e conoscenza- ha fumato più di dieci bambini da solo e bevuto chissaqquanto. A Woodstock, detto tra di noi, almeno c’era verso di concludere distesi sul prato.)
Al primo maggio no, perché non c’è spazio, e poi siamo veramente troppo impegnati ad essere arrabbiati contro i morti sul lavoro, noialtri. Che poi tra i presenti, mi piacerebbe sapere quanti sono gli studenti e quanti gli operai. (Io un po’ lavoratore sono, solo un po’, ma in un ufficio-redazione è difficile morire. Oddio, in qualche ufficio si potrebbe morire di noia, ma questa è una questione diversa.)
Basta coi morti sul lavoro: sono convinto che qui qualcuno stia un po’ svarionando.
Le statistiche ci dicono che ci sono circa 3 decessi ogni giorno sul posto di lavoro, più di mille l’anno. Ecco: dalla Thyssen in poi (a parte il fatto che ogni partito ha fatto a gara a chi candidava il sopravvissuto migliore. Il sopravvissuto da trattare come un caso raro, come un’eccezione di cui stupirsi, come l’ornitorinco allo zoo, mentre in realtà lo straordinario era il dramma della scomparsa degli altri. E i partiti ci ricamavano sopra. Che bravi) dalla Thyssen in poi è partita la mania. Sembra che tutti muoiano sul lavoro da oggi. Al tiggì la sera: anche oggi un morto sul lavoro. Ma non ci dicono niente di nuovo. Anzi, se la media giornaliera è tre, si potrebbe arrivare quasi a concludere che ne sono morti pochi. E invece no, ci indignamo, diciamo mamma mia, diciamo: bisogna fare qualcosa, e in realtà non sappiamo cosa cazzo fare, perché le morti causate da scarso controllo e manutenzione dei macchinari e delle strutture sono evitabili, ma sono molte meno rispetto a quelle provocate dalla distrazione e dall’errore umano. L’errore, che è la cosa più umana che possa esistere. E’ uno di quei drammi antichi come la storia dell’uomo, a cui non è facile mettere fine, perché è una questione legata alla sopravvivenza nel mondo, è questione esistenziale.
E ancora una volta: bisogna fare qualcosa, ma io non ho idea di cosa sia.
(un saluto a C, che quasi due anni fa bruciò in officina, amico di amici, a cui una canzone dai versi meravigliosi il mio compagno scrisse.)
E smettiamo, noi giovani, di fare discorsi sulla classe operaia: che siamo la brutta copia della copia brutta dell’entusiasmo di un tempo.
(perché a destra è normale che l’ignoranza e l’indifferenza sia diffusa e fatta di massa, mentre a sinistra se inizi a strumentalizzare e prendere con leggerezza ciò che invece ha peso, lo svuoti del suo valore, lo annulli, o lo mandi a farsi fottere)
Tanto che la Libertà è fare ciò che ci pare, l’Uguaglianza è trombare senza distinzioni di sorta, la Fratellanza non l’ho mai capito bene, credo sia tipo guardarsi intorno e vedere che tutti hanno la maglietta dello stesso colore, e che in un certo senso siamo della stessa squadra. (Questo brutto discorso tanto per sputare un po’ su certi vicini di concerto, che argomentavano sulla Resistenza confondendola con il ’68 e con il ’77.)
(e la musica strabolliva e faceva pogare –per forza di cose, ogni movimento era una botta al vicino-, e i gruppi salivano e il palco girava e qualcuno era forte e qualcuno meno, e abbiamo fatto battute su Tricarico, goduto sui nomi noti, compreso perché altri fossero sconosciuti ai più, eccetera.)
Poi gli After, siccome tutti avevano fatto3 pezzi, sono saliti e ne hanno fatti6, perché sapevano che ero lì e ne avevo bisogno. Un po’ di album nuovo (già cantato a squarciagola), una QuelloCheNonC’è fatta con l’armonica che manca poco piango, eccetera. E poi Baustelle e Marlene Kuntz e via verso casa.
Che la Fiorentina ha perso ai rigori, e se non dormo, ci sta pure che divento triste e sto male, dopo una giornata così luminosa. Devo dormire e non pensarci. Sono felice, se penso alla sconfitta in coppa Uefa soffro. Ah, maledizione. Già ci sto male. Ah già! È scattata la mezzanotte, è il due maggio: m’importa un po’ dei lavoratori, sta uscendo, in questo momento, il disco nuovo degli Afterhours. Ho una spesa da fare.
Byebye
p.s. dovevo trovare Briseide dalle converse bordeaux, ma non è stato facile.
(primissimariamente vorrei dire che in realtà la cosa della primavera e dell’oralegale ci avevano un po’ fregato, perché è arrivata una pioggia brutta ma brutta brutta. Però, e questo è un gran trucco, uno se la può fare da solo la primavera. Prendi tante componenti, e le incastri: un vaso con i fiori, una maglietta gialla, delle risate senza senso, una bella canzone, un gelato al kiwi. E alla fine, nonostante la pioggia, le cose non vanno così male)
Dopo una notte passata ad argomentare con Rousseau e Montesquieu (che a questo punto posso dichiarare ufficialmente amici miei, simpatici, colti, ma non troppo sboroni) le cose sono più chiare.
(E poi mi stanno simpaticissimi perché sono dei perdenti. Cioè, sì: hanno ragione, glielo riconosciamo tutti, ma sono stati fatti fuori. Montesquieu soprattutto. Lui che ci teneva tanto, a separare i poteri. E io insomma ci sento molto per loro due, e per chi perde in generale. Mi stanno simpatici gli ultimi. E sono felice quando gli ultimi poi non diventano più ultimi. Negli ultimi c’è un eroicità senza tempo.)
(Chi perde – rispetto a chi vince –ha pure più poesia.)
Comunque Montesquieu e Rousseau erano in gran forma, nonostante la preoccupazione per le elezioni. Il secondo insisteva a parlarmi del contratto sociale – e un pochino a dire il vero mi annoiava pure -, ma Montesquieu giuro che non mi ci faceva pensare a certe noie, perché Montesquieu raccontava barzellette su Berlusconi, e mi diceva anche che il giorno in cui quel certo politico sarebbe morto, e qui aveva alcuni dubbi, a quel politico, Montesquieu, gli avrebbe dato due belle pacche sul collo.
E Rousseau, che l’ho detto, all’inizio soprattutto mi stava super simpatico per mille motivi, iniziava a diventare paranoico e ripeteva cose tipo “rappresentanza rappresentanza? Si perde la sostanza!” e terribili filastrocche di quel tipo. Allora Montesquieu per calmarlo ha iniziato a cullarlo un poco, ci saranno tempi migliori, gli sussurrava all’orecchio. Tenerissimo.
Poi mi sono addormentato, e non c’era più nulla. Nulla nel senso che non c’erano più loro, perché quando dormiamo certa gente non disturba, e lascia i sogni sgomberi.
Stamattina però li ho trovati in cucina, Montesquieu un po’ stanco (chissà che ora aveva fatto a calmare il suo amico), e Rousseau che leggeva il giornale (non Il Giornale) mentre mangiava ciambelle.
Abbiamo discusso ancora un po’, ragionando circa l’astensionismo, leggi da fare e da non fare, la morte delle ideologie e il campionato di serie A.
Gli ho fatto capire su chi avrei fatto la croce, come e perché, e tutto sommato erano piuttosto d’accordo, ci poteva stare, era proprio l’unica soluzione, anche se boh. Rousseau insisteva ancora – giustamente, mapperò scendiamo dalle nuvole - sulla storia della rappresentanza e della democrazia diretta, ma una ciambella gli rimase di traverso. E i morti è vero che non possono rimorire, però ve lo garantisco, le ciambelle vanno di traverso anche a loro. Quindi tossì e smise di parlare. Montesquieu mi disse una cosa nell’orecchio, e mi fece proprio ridere, e gli diedi il cinque, perché era proprio uno forte, lui. Poi era l’ora di salutarsi, e infatti ci salutammo. Loro non potevano votare, perché non erano cittadini italiani, e soprattutto erano un po’ morti, ma comunque erano interessati e impegnati, e anche se a questo punto ormai simpatizzavano con l’antipolitica avevano trovato un sistema attivo per partecipare –nonostante lo sdegno- in maniera propositiva. Erano in gamba sì. E andarono a casa, togliendo il cocchio dal mio garage, e andarono via, promettendomi che sarebbero tornati, e che magari sarebbero pure venuti con Tocqueville.
(perché ero convinto, a quel punto, che l’incazzarsi non servisse a nulla, e che la prima mossa per trovare tranquillità –che non fosse l’indifferenza- era proprio quella della consapevolezza. Più sei consapevole più sei forte.)
(ma è vero pure che più pensiamo e più scopriamo e più sappiamo, più è grande la sofferenza e la responsabilità)
(ma insomma, oggi ero per la prima versione)
E avrei millemila altre cose da dire, circa un libro ad esempio, ma lo farò con calma, eventualmente.
Resistenza!
byebye
(il kiwi l'ho messo perchè non sapevo che foto cercare, e mi è parso carino, se tanto dovevo scegliere a caso, in questo sbandierare buoni sentimenti, inserire un'immagine colorata)
Nome: dani p "I wish I was a radio song, the one that you turned up, I wish I wish I wish I wish, I guess it never stops..."
(e così ho evitato le presentazioni)
COLONNA SONORA : afterhours, pearl jam, verdena, marlene kuntz, system of a down, linea77, beatles, velvet underground, de andrè, diaframma, le luci della centrale elettrica, muse, smashing pumpkins, pixies, jimmy hendrix, marta sui tubi, sonic youth, area, slint, joy division, king crimson, bob dylan, dream theater, twilight singers, afghan whigs, jennifer gentle, the devastations, guccini, ligabue, vinicio capossela, modena city ramblers, malfunk, led zeppelin, the cure, lou reed, the strokes, CCCP, CSI, metallica, guns n'roses, mercury rev, dire straits, guilty method, poison the well, dark tranquillity, rhcp, eric clapton, neil young, ben harper, nirvana, radiohead, the doors, arcade fire, editors, the dresden dolls, kings of leon, the smiths, il teatro degli orrori, new order, giorgio canali, martinicca boison, ministri, dente
PAROLE : Kerouac, Bukowsky, Brizzi, Orwell, Hemingway, Gabriel Garcia Marquez, G. Corso, Fante, Ginsberg, Ferlinghetti, Kafka, Ammaniti, Benni, Baricco, Hesse, Pivano, Huxley, Bradbury, Burroughs, Fitzgerald, Quenau, Mill, Calvino, De Carlo, Terzani, Tabucchi, Ligabue, Morozzi, Santoni, Conrad, Roth, Vonnegut, Kundera, Pirandello, Leopardi, Whitman, Blake, Coleridge, Dante Alighieri...