- certo le circostanze non sono favorevoli
- e quando mai?
- bisognerebbe … bisognerebbe niente
- bisogna quello che è. Bisogna il presente
E poi, dubbio: è reale o ironico? Clicca e poi fai sapere.
Avevo il dovere di dire certe cose, magari sulla Palestina, o certe cose dovute o promesse. E invece è passato troppo tempo, e c'è aria di robe nuove. Quindi se uno si rassegna, e rinuncia al voler per forza narrare eventi realmente accaduti o pensieri realmente propri, scrive perlopiù a caso, e con risultati alterni. Ecco a voi la prima puntata di un raccontino così. Poi ne arriverà una seconda e forse una terza. Dipende da come mi prende voglia di finirla.
Le lucine blu del Borgo si affaccendavano a lampeggiare intermittenti sopra le teste dei tanti passanti di quella domenica sera. Un bel mucchio di esseri umani con le mani in tasca e con i berretti calati in testa per sopravvivere con dignità al freddo serpente si affacciavano alle vetrine splendenti dei negozi. Ti avevano così tanto parlato di crisi che anche i manichini ti parevano più sobri e la gente metteva mano al portafogli con più rimpianti del solito e i negozianti mostravano meno denti bianchi, giacché di sorridere si aveva poca voglia, e si era pure comprato un dentifricio più economico, per far fronte all’apocalisse.
Il ministro dello shopping aveva annunziato dal salotto di uno studio tv che la crisi sarebbe stata nera, e che l’anno dopo sarebbe stata ancora peggio, e quello dopo anche, poi basta. Due anni e mezzo di pena, senza possibilità di sconto. “Dopo” aveva annunciato, “si potrà riprendere con la felicità ordinaria”. Il giorno seguente aveva parzialmente smentito: “cittadini”, aveva detto, “se vogliamo salvare l’economia, almeno un po’ bisogna spendere. Quindi mi raccomando: sappiate che c’è Crisi, che il mondo potrebbe fallire, ma voi continuate a comprare”.
E così sotto alle lucine del borgo le famiglie facevano un po’ di acquisti per salvare il mondo, e un po’ risparmiavano perché non si sa mai, ché la crisi potrebbe essere brutta sul serio.
“Meglio Crisi che Stasi!” urlò il buon Brancacci che si divertiva a vedere le nuvolette di vapore uscire dalla bocca. “Almeno c’è qualcosa di diverso quest’anno. La Crisi porta cambiamento. Si entra in un periodo brutto per uscirne con dignità. Non è il solito ordinario vivacchiamento”. Il Vannucci annuiva sorseggiando una cioccolata calda che gli aveva sporcato tutto il volto.
“Certo che” faceva sapere il Caldini due mattonelle più in là “si potrebbe fare anche di più”.
“in che senso?” chiese perplesso il Brancacci.
“nel senso che se veramente la Crisi fosse soda come ce la narrano, potrebbe essere l’ultimo Natale che passiamo. Magari la Crisi distrugge il mondo, o il Borgo, e anche se restiamo vivi te lo scordi un altro Natale”
Il Vannucci riemergendo dalla cioccolata disse che se si doveva morire tutti lui andava in India al volo, che se l’era proprio promesso prima di crepare. Il Brancacci annunciò che se era giunta la loro fine, bisognava proprio andare in chiesa a confessarsi e poi rivedere un’altra volta Il Ciclone: se si doveva tirare il calzino andava fatto con ironia e sacralità.
Il Caldini iniziò a concretizzare il proprio pensiero e mise a punto lì su due piedi la propria poetica:
“noialtri si potrebbe cambiare il mondo”
“Io vado in India”, disse il Vannucci.
“il mondo…intendo il Borgo” puntualizzò il Caldini. “ché se noi facciamo credere a questa gente che questo Natale è veramente l’ultimo ci sta che tirino fuori le palle, e qualcosa di buono viene fuori. Magari nemmeno tanto: però, per dire, la mia zia al posto che regalare un paio di guanti scamosciati a ogni membro della famiglia, comprati a cinquanta centesimi cadauno dalla cesta dimenticata del discount, potrebbe impegnarsi un po’ di più. Magari non riscopre l’amore ma mi regala un libro. Anche di merda, per carità. Ma almeno ci avrebbe provato, mossa da chissà quale buon sentimento”
“in effetti” risorse il Brancacci “quando le cose si fanno per l’ultima volta si fanno con una passione speciale. Io l’ultima partita della carriera con la Virtus l’ho vissuta con una grinta notevole. Se fossi certo che questo è l’ultimo Natale andrei anche a cena con i nonni e regalerei una sciarpa di lana alla mamma e mi potrei addirittura pettinare. Non tanto per senso del dovere, ma anche solo per farli felici”.
“però non è vero che il mondo è finito” sbrodolò il Vannucci. “sennò io dovrei mantenere la promessa e andare in India”.
“ma noi facciamo finta di sì. Mica puoi saperlo. È come la morte: te non sai mica che c’è dopo: però agisci di prevenzione, giochi d’anticipo, e ogni tanto ti prepari. Vegli. Noi facciamo credere alla gente che questo Natale è l’ultimo, e tra il ventisei e il ventisette di dicembre la Crisi ci ucciderà tutti. Tirerebbe fuori qualcosa di nuovo, probabilmente buono.”
“uh!”
“adoperiamoci!” cinguettarono all’unisono i tre giovani speranzosi.
FINE DELLA PRIMA PARTE.
Pensavo anche, boh, di pubblicare qui quel libro che avevo scritto. Uh?
(Arrivo allora al parco dove la rugiada acida ha bagnato tutte le panchine verdi da poco riverniciate, come a nuova vita riportate dopo le incrinature nello smalto per il sole d’agosto.
Apro il giornale, e mi siedo su una delle tante panchine vuote. Mi sento bene e quasi vivo, in un gesto così semplice e d’altri tempi.
Un vecchieto mi nota, e sbattendosene delle panchine libere, si siede accanto a me.)
“beato te che sei giovane”
“ ‘giorno”
“ciao giovanotto”
“sì.”
“beato te che sei giovane”
“beh, sì. Ma anche lei, boh, mica sta così male. Voglio dire, mica è così vecchio. È in forma”
“IO???”
“sì”
“oh figliolo, io son del ’26. C’ho ottantadue anni”
“li porta bene”
“beato te che non hai fatto la guerra”
“sì”
“s’era io e il Parri, sai, Guido, quello che prima c’aveva la macelleria, e s’era in fanteria prima, e poi, dopo, s’era con la brigata, e il Parri ne prese anche due, alla testa, dei tedeschi, io invece lo vedi che braccio c’ho, mica sparavo, che m’ero ferito, sicchè facevo la vedetta, c’era un freddo sempre, io, beato te, non c’era mica il riscaldamento eh, però alla fine si vinse la guerra, anche se la mia amorosa se l’era portata via un caporale, quel bastardo”
“mi dispiace”
“eh, ma te che ne sai di queste cose”
“ho studiato”
“ma non c’era mica scritto del Parri sul libro”
“no, mi sa di no”
“vedi, tutti uguali sono”
“boh, forse ho letto male, magari diceva qualcosina…”
“tutti uguali. Sempre agli eserciti e mai a Guido Parri, sempre alle banche e mai a me che fo la fila alla posta, sempre alla politica e mai a me che c’avevo la tessera del PSI e ora non c’è nemmeno più il PSI”
“mi dispiace”
"e l'ho sempre detto io, anche col Parri, si diceva sempre, né dei Russi né degli Americani ci si deve fidare, ché anche gli Americani non sono come te lo dicono alla televisione, io uno l'ho conosciuto e non faceva che bere, mica son come te li raccontano, sempre felici, io l'ho visto uno. E però io m'era preso il dubbio, a me, che Craxi faceva gli affari, l'avevo capito, e avevo smesso anche di dargli il voto, infatti"
"aveva visto bene, in effetti"
“ma io mi domando, giovanotto, ma se si muore, gliene frega nulla a nessuno?”
“penso di sì”
“a chi?”
“almeno ai nostri cari”
“tutti morti, a parte quel bucorotto del mio cognato, speriamo schianti”
“già”
“non gliene frega nulla a nessuno”
“…”
“e mai uno che scriva sui libri di noialtri che si faceva la guerra”
(tira un po’ di vento, e il giornale che non sto leggendo si scompagina. Il vecchietto si alza, con calma e scricchiolii)
“io vo a casa, che se non mangio presto non digerisco, e c’ho da pigliare la pasticca, per la circolazione sai, e poi oggi alle tre c’ho le analisi, per la pressione, e da passare in farmacia, a prendere quelle per il cuore”
“beh. Buona giornata”
“certo eh.”
“sì”
“alla fine dei giochi, nonostante tutto, guarda cosa non si fa per non schiantare”
(Ride e scatarra, si gira, e scrive la storia, sua e del Parri, sull’ennesima panchina del parco, un’altra ricetta del dottore, il solito volto di farmacista e ancora un ‘fanculo all’autunno, che fa entrare l’umido nelle ossa, speriamo arrivi un’altra primavera, l’ottantatreesima)
(Non-sense per far finta di non pensare)
Stavo seduto quieto et sereno presso una panchina ben adombrata, sigarettafumante e comodo dietro una siepe, nell’attesa degli eventi, quando ebbi modo di udire una conversazione.
Gorgia: Ma cosa dici, niente è. Nulla esiste.
Schopenauer: ma cosa dite! Tutto esiste come rappresentazione mentale!
Nietsche: sì, ma converrete con me che Dio è morto!
Pascal: mmm. Scommettiamo?
Gorgia: mi pare che non c’entri nulla. E comunque, nulla esiste.
Schopenauer: quindi neanche tu.
Gorgia: hai ragione. Ok, muoio.
Don Milani: non concordo sulla prima parte, però il signor Marx ha ragione: l’obbedienza, vi dico, non è più una virtù!
Hegel: sono un po’ confuso. Con un simpatico schemino dialettico avevo sistemato tutto. Tesi antitesi e sintesi. Ma avete messo troppa carne al fuoco. Era tutto così ordinato, e ora niente torna più. Mi ritirerò nelle mie stanze.
Socrate: io ragazzi miei, credo siate tutti in errore. L’unica cosa che posso dire con certezza è che so di non sapere.
Kierkegaard: non generalizziamo però. Io so che la morte è l’unica cosa certa e l’unica cosa di cui non possiamo sapere niente con certezza.
Nietzche: Dio è morto vi dico! E comunque qui siamo tra filosofi, che cosa ci fa Don Milani?
Marx: già, e poi noi i preti non li vogliamo.
Schopenauer: lasciate fare il priore. Lui è lì in quanto volontà di rappresentazione.
Socrate: io vi dico di lasciar perdere tutti questi discorsi: la cosa che dobbiamo fare è partorire la verità!
Spinoza: vi sbagliate, su un punto, perché Dio è in tutto, Dio è nella Natura, la Natura!
Pitagora: e i triangoli dove li mettiamo?
Marx: in culo li mettiamo! Stiamo parlando di cose serie qua!
Socrate: parla per bene, che sennò lo dico alla maestra.
Marx: m’importa una sega! Non ho voglia di stare a subire le vostre sciocche accuse, rivolte da quale pulpito poi! Rissa!
Nietsche: Dio è morto!
Assisto preoccupato alla rissa. Non pensavo che personaggi così emeriti potessero picchiarsi così. Un po’ deluso, anzi molto a dire il vero, spunto fuori, nel tentativo di sedare la rissa. Si accorgono di me.
Schopenauer: ahhh! Ricomponetevi, suvvia!
Tutti: sì sì, non possiamo farci vedere così!
Socrate: che figura!
Tutti: o mamma, perderà stima nei nostri confronti!
Tutti: scusa…
Io: no mi va che delle belle menti come voi passino le giornate a scannarsi!
Tutti: scusa…
Io: non dovete chiedere scusa a me. Comunque. Per penitenza, niente televisione per una settimana.
Tutti: noooo
Marx: nemmeno Porta a Porta?
Io: No!
Tutti: sigh.
Io: e ora di corsa in camera vostra. Tutti a letto. Irresponsabili.
---fine---
(primissimariamente vorrei dire che in realtà la cosa della primavera e dell’oralegale ci avevano un po’ fregato, perché è arrivata una pioggia brutta ma brutta brutta. Però, e questo è un gran trucco, uno se la può fare da solo la primavera. Prendi tante componenti, e le incastri: un vaso con i fiori, una maglietta gialla, delle risate senza senso, una bella canzone, un gelato al kiwi. E alla fine, nonostante la pioggia, le cose non vanno così male)
(E poi mi stanno simpaticissimi perché sono dei perdenti. Cioè, sì: hanno ragione, glielo riconosciamo tutti, ma sono stati fatti fuori. Montesquieu soprattutto. Lui che ci teneva tanto, a separare i poteri. E io insomma ci sento molto per loro due, e per chi perde in generale. Mi stanno simpatici gli ultimi. E sono felice quando gli ultimi poi non diventano più ultimi. Negli ultimi c’è un eroicità senza tempo.)
(Chi perde – rispetto a chi vince –ha pure più poesia.)
Comunque Montesquieu e Rousseau erano in gran forma, nonostante la preoccupazione per le elezioni. Il secondo insisteva a parlarmi del contratto sociale – e un pochino a dire il vero mi annoiava pure -, ma Montesquieu giuro che non mi ci faceva pensare a certe noie, perché Montesquieu raccontava barzellette su Berlusconi, e mi diceva anche che il giorno in cui quel certo politico sarebbe morto, e qui aveva alcuni dubbi, a quel politico, Montesquieu, gli avrebbe dato due belle pacche sul collo.
E Rousseau, che l’ho detto, all’inizio soprattutto mi stava super simpatico per mille motivi, iniziava a diventare paranoico e ripeteva cose tipo “rappresentanza rappresentanza? Si perde la sostanza!” e terribili filastrocche di quel tipo. Allora Montesquieu per calmarlo ha iniziato a cullarlo un poco, ci saranno tempi migliori, gli sussurrava all’orecchio. Tenerissimo.
Poi mi sono addormentato, e non c’era più nulla. Nulla nel senso che non c’erano più loro, perché quando dormiamo certa gente non disturba, e lascia i sogni sgomberi.
Stamattina però li ho trovati in cucina, Montesquieu un po’ stanco (chissà che ora aveva fatto a calmare il suo amico), e Rousseau che leggeva il giornale (non Il Giornale) mentre mangiava ciambelle.
Abbiamo discusso ancora un po’, ragionando circa l’astensionismo, leggi da fare e da non fare, la morte delle ideologie e il campionato di serie A.
Gli ho fatto capire su chi avrei fatto la croce, come e perché, e tutto sommato erano piuttosto d’accordo, ci poteva stare, era proprio l’unica soluzione, anche se boh. Rousseau insisteva ancora – giustamente, mapperò scendiamo dalle nuvole - sulla storia della rappresentanza e della democrazia diretta, ma una ciambella gli rimase di traverso. E i morti è vero che non possono rimorire, però ve lo garantisco, le ciambelle vanno di traverso anche a loro. Quindi tossì e smise di parlare. Montesquieu mi disse una cosa nell’orecchio, e mi fece proprio ridere, e gli diedi il cinque, perché era proprio uno forte, lui. Poi era l’ora di salutarsi, e infatti ci salutammo. Loro non potevano votare, perché non erano cittadini italiani, e soprattutto erano un po’ morti, ma comunque erano interessati e impegnati, e anche se a questo punto ormai simpatizzavano con l’antipolitica avevano trovato un sistema attivo per partecipare –nonostante lo sdegno- in maniera propositiva. Erano in gamba sì. E andarono a casa, togliendo il cocchio dal mio garage, e andarono via, promettendomi che sarebbero tornati, e che magari sarebbero pure venuti con Tocqueville.
(ma è vero pure che più pensiamo e più scopriamo e più sappiamo, più è grande la sofferenza e la responsabilità)
(ma insomma, oggi ero per la prima versione)
E avrei millemila altre cose da dire, circa un libro ad esempio, ma lo farò con calma, eventualmente.
Resistenza!
byebye
(il kiwi l'ho messo perchè non sapevo che foto cercare, e mi è parso carino, se tanto dovevo scegliere a caso, in questo sbandierare buoni sentimenti, inserire un'immagine colorata)
Bussai alla porta della bottega dell’orologiaio. Mi aprì e lo vidi, l’orologiaio, dietro occhialetti minuscoli, coi denti bianchi quasi quanto i capelli.
Aveva molti anni e molta grazia e delle dita lunghe. Sembrava molto calmo, forse perfino sereno o saggio. L’orologiaio andò verso il bancone con quella sua grazia da anziano delicato (non di quelli con i catarri perenni o che alla prima pioggia hanno le ossa che scricchiolano) e mi chiese cosa potesse fare per me.
Mi tolsi l’orologio fermo dal polso, glielo porsi, e domandai se poteva aggiustarmelo.
Aprì con la sua solita leggerezza un grosso armadio che stava di fianco al bancone, pieno di scatolette piene di ingranaggi che non saprei raccontare come fossero fatti esattamente.
Ad ogni scatoletta l’orologiaio aveva attaccato (chissà quanto tempo prima) delle etichette.
“tempo supplementare”, “il tempo è denaro”, “tempi moderni”, “tempo libero”, “tempi morti”, “non ho tempo” e così via.
Mi chiese quale volevo. Io incredulo non capivo affatto, e chiesi spiegazioni.
“ognuno ha il tempo che ha. C’è chi lo vuole in un modo e chi in un altro. Preferisci un tempo veloce e carico di colpi di scena, uno con le lancette lente e privo di ansie, uno molto fortunato che ti porti un mucchio di soldi o amori o successo, o un tempo tiranno che ti condanni a correre senza sapere dove e senza saper per cosa”
Ero ancora confuso.
“mi scusi, ma quando ho comprato l’orologio nessuno mi ha chiesto che tipo di tempo volessi”
“è vero, all’inizio nessuno sceglie”
“e poi?”
“poi qualcuno sceglie e qualcuno manco se ne accorge. Lei che sceglie?”
“non saprei”
“non ho fretta. Tanto lo faccio io il tempo. Mi dica pure come vuole il suo, quando ha scelto”
Osservavo l’armadio con le scatolette, pensando a quale tra tutte quelle varietà di tempo facesse per me, mentre l’orologiaio fischiettava girando un cacciavite dentro un grande orologio a cucù.
“non si accontenti” aggiunse mentre lavorava al grosso apparecchio.
“mi chieda il tempo per lei più bello, il suo preferito, quello che sogna”
“e per il prezzo?”
“non baderà mica a spese, per certe cose?”
dissentii imbarazzato, e iniziai a pensare, seguendo il suo consiglio.
Mi illuminai:
“mi scusi, io vorrei il mai e il per sempre, evitando l’adesso. Mi piacerebbe il tempo dell’attesa per qualcosa di bello o la sensazione della felice nostalgia e del ricordo. Non mi dia un ora squallido e netto. I momenti che sanno d’eterno, quelli indefiniti, quelli sì che mi piacciono”
Sorrise dietro gli occhialetti, posò il cacciavite, prese una scatoletta molto polverosa dall’armadio, forse la più vecchia, e iniziò a lavorare sul mio orologio. Poi sorrise, me lo consegnò e lo rimisi al polso.
“quant’è?”
“è gratis, figliolo, glielo regalo”
felice della mia fortuna salutai, aprii la porta della bottega e me ne uscii in strada.
Era l’alba. (Guardai le lancette. Segnavano le due). Che fossero di notte o del pomeriggio, doveva esserci comunque un errore. Mi riaffacciai nel negozio, dove ora dietro il bancone stava un signore ben pettinato, con una giacchetta di velluto. E nessuna traccia del vecchio orologiaio.
“desidera?”
Poi capii più o meno quello che c’era da capire, senza andare troppo per le lunghe.
“niente, mi scusi, mi ero confuso. Arrivederci”
Uscii di nuovo in strada, dove iniziai a camminare tranquillo in quell’alba pomeridiana.
byebye