A dieci anni avrei fatto il calciatore. Sarei stato Batistuta. Poi avrei fatto l'ingegnere elettronico, qualsiasi cosa avesse voluto dire. Ero bravo nelle scienze. Poi a quell'epoca (era circa al passaggio dagli 883 ai Nirvana) imparai a ridimensionarmi e dissi: sarò elettricista, questa è la mia strada.
Poi sono stato: allenatore professionista, rockstar, organizzatore d'eventi, fonico, tecnico del suono, politico. E poi: giornalista, scrittore.

I sogni li scombussoliamo da sempre. Per non farceli venire a noia, e perché senza i piedi per terra non si va da punte parti, signorino. Mica ci campi, di codeste robe.
Non vi preoccupate, lo so.
(Infatti da grande farò l'imbianchino. Perché, come ci dicevamo presi da strizzoni di figure retoriche, "se non si può mettere il nero sul bianco, almeno potremo fare il contrario".)

Non crederci neppure un po' - quando mi venne in mente che da grande avrei scritto - sarebbe stata davvero una brutta cosa.
Volevo scrivere un libro perché - bisbigliavo - sentire le storie è bellissimo. Mi sembrava un bel servizio da fare agli altri. Alla corte di Bellezza e Verità.
Tra il tentativo e il risultato ci sta una voragine, ma prima o poi - passo passo - proverò a ridurre le distanze tra l'ambizione e la capacità. Tra una prosa e l'altra.
Io Volevo Ringo Starr alla fine è uscito, e quasi ancora non ci credo.

Questa volta, tra i soliti autoridimensionamenti, mi sento pure felice.

Qua c'è tutto. Per chi fosse interessato al libro, il modo più facile per averlo è andare qui, almeno per adesso.

danip
ionontremo88 @ 17:40 | commenti (6)(popup) | commenti (6)

L’agave è una pianta grassa che quando è piccola metteresti sul terrazzo: perché può parere carina, e perché non ha bisogno di nulla. Così le dai una spruzzatina di acqua ogni chissà quanti mesi, e quella vive. Si accontenta di poco. È fatta di tante foglie grasse e larghe, con delle piccole spine laterali. Assomiglia, in un certo senso, alle foglie dell’ananas. Per essere una pianta grassa è piuttosto in gamba: buca poco, e non è brutta. Il massimo che si possa chiederle.

L’agave cresce. Sempre uguale nella forma, ma cresce. Con gli anni si allarga in larghezza e in altezza, e può arrivare ad essere grande qualche metro. Poi ad un certo punto, dopo una quindicina d’anni magari, dovrà morire. E si prepara a consegnare alla morte una goccia di splendore.

Dal centro della radice cresce un grosso stelo, che si alza in alto per qualche metro. E in alto, su questo stelo, stanno pochi petali-ciuffetti verdi-rametti. Pare quasi buffo. Come una palma rigirata, con le foglie in basso e il tronco che va su spelacchiato. Ma se lo guardi bene, ha un che di geniale, quel pezzettino di natura lì.

Non si è qui a pensare tanto alla morte, quanto piuttosto a tutte le fini. Quella dell’anno, che non ci interessa per i soliti nostri arcinoti motivi. Che la meta è il cammino che si fa per raggiungerla, e che quindi arrivare alla fine in un modo o in un altro è molto diverso. La fine di una guerra che dura da sessant'anni e che non arriverà entro breve, perché tutti quelli che vogliono la pace non contano niente, mentre tutti quelli che contano qualcosa, non ci tengono troppo. La fine di un libro, che aspetti e rincorri, e che proprio all’ultima pagina vorresti evitare, per andare ancora avanti ed esorcizzare i limiti che gli autori hanno scelto. La fine della canzone, quando maestoso più di ogni nota, si impossessa di tutto il silenzio. La fine di un bacio dopo un ritorno, che mette sottovuoto ogni sorta di malinconia.

La fine di un pensiero, che avevi srotolato e portato fino a chissà che limite, snodandolo e annodandolo a concetti estranei o affini solo per vederlo lì, disteso e chiaro.

 

Quiggiù sta la penultima bozza del mio primo libro finito. Ho messo la penultima e non l’ultima, perché se dico ultima ci si aspetta una cosa ben fatta, a dir penultima invece si è legittimati ad attendere un miglioramento e certe cose meno belle appaion smussate dalla loro incompiutezza.  In realtà è finito, e mi do le scuse.

Siccome si parlava di fine, di fini, di limiti ultimi, ho scoperto quest’anno che si prova a prendere una storia e a lavorarci fino a scollinare. La storia non è bella, perché è troppo ordinaria, e raccontata in maniera troppo idiota, e i messaggi che passano sono banalizzati e di originale, in definitiva, c’è rimasta la pretesa. In ogni caso, lei qui c’è, perché il lettore da senso a colui che scrive, e parenti e amici già hanno dato, si sa mai, che qualcuno, abbia voglia di sbirciare.

 

(per aprirlo basta cliccarci, per salvarlo c'è da aprire e poi salvare direttamente dal pdf)

"Storia in Miminore" (al momento non disponibile)

Finirà anche il blog, un po’ per fatica, un po’ per comodità. Mi preparerò, senza fretta, a dire le ultime cose. Diciamo che le parole si vogliono prendere ancora con calma la loro rivincita sul non detto.

 

Byebye, 2008.

 

E Benvenuta, ultima unità del primo decennio! Che il favore del cielo sia con te!


E poi mille mila sfide ancora per vivere con serenità e inseguire sogni con una certa violenza, una certa resistenza, e una certa poesia.
ionontremo88 @ 12:49 | commenti (11)(popup) | commenti (11)
Così il Brancacci e il Vannucci e il Caldini andarono al sodo. Contattarono il Parini, loro collega di bevute e giornalista apprendista per il giornale del Borgo, letto da un Borghigiano su due, che si chiamava, secondo la logica della fantasia al potere, Il Borgo. Messo al corrente del progetto, al Parini fu riservato il compito di dar voce sulla stampa locale del fatto - non proprio irrilevante - che fonti attendibili confermavano imminente la prossima la fine del mondo, e come ultimo quel Natale lì. Ovviamente perché la cosa avesse più risalto, c’era bisogno di rendere il Borgo più isolato, e concentrato sul problema senza alcuna distrazione. Così i tre, aiutati da altri quattro-cinque compari volenterosi, stamparono volantini che furono poi distribuiti in tutte le case dei settemiladuecento abitanti del Borgo. I volantini spiegavano con fare autorevole che la Crisi avrebbe rovinato il pianeta irrimediabilmente, e che non c’era più così tanto tempo: si doveva fare tutto quello che sembrava giusto fare o che si era tenuto rinchiuso nel cassetto tipico.
E poi, visto che c’erano, e il loro amico Frangia faceva l’antennista per la Pay per View e si intendeva di queste cose, quella notte stessa andò in collina e oscurò il segnale di tutte le Tv. Prendeva solo TeleDiamanteMoliseShoppingTre, dove si vendevano tappeti. Il Casucci tagliò anche i cavi telefonici, e chi si vide si vide.
Pertanto si giunse ad una settimana dalla vigilia del Natale che Il Borgo titolava “Terra nel Caos: Scoop dal Borgo, la fine del mondo parte da qui”. Un editoriale del direttore Vanni Fossalto con toni sobri e con dimostrazione di stile faceva capire che non c’era proprio niente da fare, i segni erano equivocabili. E i segni inequivocabili erano riportati per tutto il giornale: non faceva più la televisione, eccetto TeleDiamanteMoliseShoppingTre. Il Parini con un articolo in terza pagina spiegava con indubbia ragionevolezza l’autenticità dei volantini e dei segni comparsi. Era da attribuirsi ad un gruppo di ricercatori Americani dell’Università del Colorado (che pur non esistendo ha un nome rassicurante). E poiché nessuno poteva chiamare nel resto del mondo per sapere come andavano le cose, il sindaco allertò i cittadini dall’allontanarsi dai confini del comune. Allora il Parini si offrì come inviato speciale, che coraggiosamente si sarebbe spinto fuori paese a vedere come andavano le cose. In realtà andò di nascosto a casa del Brancacci, dove tutti insieme si stavano vedendo il Ciclone. Ma l’indomani ritornò in redazione con un reportage sconvolgente. Il Borgo titolò: “l’inviato Parini rivela: fuori dal Borgo non c’è più niente. Reportage dal mondo che non esiste più”. Probabilmente, faceva sapere, erano rimasti gli unici abitanti del pianeta. La Crisi era stata brutta brutta, e gli analisti avevano sbagliato le previsioni. Tutto era perduto, e probabilmente, anche per il Borgo sarebbe rimasto poco tempo.

Unico neo in queste sobrie e realistiche dichiarazioni era il fatto che a TeleDiamanteMoliseShoppingTre continuava ad esserci il solito presentatore sudato a vendere tappetti, che era presumibilmente vivo. Non si erano udite chiamate in studio, quindi, o nessuno sentiva la necessità di acquisire un tappeto o tutti gli ipotetici telespettatori erano realmente morti. Ma lui no. (già su Il Borgo nella sezione “Cultura&Società” si parlava di questo Presentatore. L’UnicoUomoRimastoFuoriDalBorgo. Un’entità misteriosa e potentissima, un personaggio di culto da venerare e rispettare. Entrarvi in contatto era proibito, e i telefoni non funzionavano più proprio perché non dovevano esserci tramiti diretti tra l’uomo e la divinità)

Comunque.
Tutti gli abitanti del Borgo si riversarono nel borgo. Si discuteva su cosa fare, su come agire, se rassegnarsi. Qualcuno diceva che era meglio non fare niente, che tanto prima o poi smetterà di piovere. Alcuni erano scesi in piazza con delle maschere antigas, che non si sa mai. Qualcuno disse che era colpa di Bush. Uno fece notare che le galline non facevano più uova. Il sindaco disse che c’era da essere orgogliosi, visto che quelli del comune di Montaione erano già schiantati tutti e che quindi Borgo era uscito finalmente vittorioso da una storica rivalità. La Wanna di WannaSport&Accessori si lamentò che nessuno comprava tute da sci, sci, scarponi da sci, guanti, cappelli e accessori per gli sport invernali, visto che nessuno poteva andare sulla neve. Il sindaco la assunse come segretaria.
Il prete si riconobbe perplesso, perché San Giovanni l’Apocalisse la descriveva un tantino diversa.
Sorsero polemiche di ogni tipo, che si placarono solo quando un’ondata di sonno travolse tutta la cittadinanza, nel momento esatto in cui il Rossini, consigliere comunale di Rifondazione, prese la parola per pronunziare un’arringa contro il Capitale Tiranno, l’America, il Sindaco, il Caro Vita, il Lavoro Precario, l’uccisione delle foche, il Livorno in Serie B. Concluse facendo appello alla coscienza di classe. La folla si destò, e il capo dello schieramento avverso fece richiamo al buon senso dei cittadini, affinché non si facessero abbindolare dal populismo e continuassero a votare i candidati del proprio partito, che da sempre si erano distinti per il rigore morale. Il Sindaco placò gli animi, e colse l’occasione per rinnovare la propria candidatura, accompagnando la notizia con una tastata di culo alla Wanna. Molti applausi si levarono dalla folla. Al termine dei quali, una vocina di un bambino, credo fosse il Maltoni, figlio dell’ortolano, fece notare:
“sì, e ora però?”
 
Si fecero avanti il Brancacci, il Vannucci e il Caldini.
ionontremo88 @ 13:49 | commenti (6)(popup) | commenti (6)

Crogiolandosi nella più devastante (arrendetivi subito, mi sa che ho voglia di usarla spesso, questa parola) stasi, il buon Gabrio Tinti fumava immobile sigarette morbide e sputava in aria formelle di fumo, e se non ci piace considerare l’eventualità che si stesse ammazzando i polmoni, vogliate almeno passare per buona la prospettiva che vedeva, come ammazzato, almeno il suo tempo. Devastante pure era la situazione sopra la sua testa: il piombo pareva nebulizzato e spalmato nel cielo, e miriadi di entità chimiche dai nomi impronunciabili gridavano battaglia contro Gabrio Tinti e il creato in genere. Il creato che, puntualmente, sfilava felice e sguazzava nella propria precaria condizione.

L’Università era occupata, il liceo della cara Carla Puri, amata fanciulla, era occupato, e il cesso che Gabrio durante quella manifestazione studentesca, per le vie del centro, aveva bramato, pure era occupato. La mente, ovviamente, si srotolava per slogan: certi ministri, pensava quel Gabrio Tinti, sembrano fatti apposta per essere odiati.

Si alternavano sensazioni di entusiasmo e depressione, la consapevolezza di esser liberi, partecipi e impotenti.

E non era male fare certe riflessioni articolate, lì, sullo scalino, ad aspettare che l’amata arrivasse a manifestare e che il cesso si liberasse. Vedeva scorrere una buona massa di giovani di ogni età, non più con i soliti miti sempiterni sulle labbra e decorati con colori sgargianti.

Era d’accordo con la protesta, ed ovviamente contrario alle proposte governative che guarda-un-po’ avevano come obiettivo ultimo quello di risparmiare soldi e cercare di tappare i buchi che in maniera opinabile e devastante erano stati creati. E col Tinti, mi raccomando, tagliate quello che volete, ma non la cultura. Che poi non importa se lui non la usava, ma sarebbe stata una sensazione tremenda vedere che in quel paese veniva abbattuta l’unica cosa che lo rendeva un po’ fiero di esserne cittadino. E ora permettetegli, al buon Gabrio Tinti, una serie rabbiosa di superficiali considerazione esposta in maniera sconnessa e del tutto simile alla forma e ai metodi del flusso colorato di studenti:

non si può andare ad assemblee “per formulare idee e nuove forme di protesta” e uscire fuori dopo aver avuto la brillante idea di stampare alcuni volantini colorati, non si può occupare una scuola perché ne hanno occupata già un’altra. Se si occupa una scuola, poi, occupiamola a modo. E poi: le occupazioni delle fabbriche sono partite ad inizio secolo, il sessantotto è finito da quaranta anni e l’occupazione è sempre uguale. Raramente è servita sul serio: nel frattempo sono cambiate tante cose, siamo passati dalla monarchia alla dittatura fino alla democrazia e alla attuale democratura: forse è qui che si potrebbe cambiare. Non chiedetegli come, a Gabrio Tinti, che sta aspettando, genericamente, su uno scalino. E comunque Gabrio Tinti ci teneva a far sapere in giro che la crisi economica era mondiale perché il mondo era abbastanza globalizzato: ma in realtà è una crisi economica occidentale, ché in realtà, in Africa, la crisi era arrivata da un pezzo. Questa crisi forse ci renderà migliori. A patto che non ne usciamo. E se si è in grado di organizzare in mezz’ora un summit per stabilire l’utilizzo di 1300 miliardi di euro per salvare i fulcri dell’economia, mi domando perché quei 1300 miliardi non erano stati usati di già prima, almeno un po’, divisi tra i meritevoli di felicità.

E la follia suprema, visto che siamo immersi nel qualunquismo e nei ragionamenti per difetto, era la figura di merda internazionale del belpaese che diceva no al piano antinquinamento, caso praticamente unico assieme alla Polonia: perché è chiaro, rovinerebbe la crescita economica e l’industria. Perché è chiaro, meglio che il mondo scoppi abitato da ricchi, piuttosto che sopravviva sano con noi un po’ più sobri.

Poi dopo l’ultima sigaretta, con il corteo che già sfilava via, il bagno si era liberato: Gabrio entrò nel bar e notò che la tv sintonizzata su quello che era il quarto canale, raccontava di “violente proteste di studenti in tutta la penisola, scontri con la polizia a Milano”. Gabrio si affacciò fuori per indagare la realtà: studenti medi col sorriso sulle labbra si abborracciavano per sentirsi vivi: in maniera ingenua, ma innocente. Per una volta, forse, con la politica morta secca c’entrano poco, per una volta sembravano uniti per un bene comune. Ma se questo è quello che volete raccontare fate pure. Non fate che giustificare lo sdegno di chi voleva sperare. Non migliorate la situazione. Vi troverete, un giorno, con una generazione in più di incazzati cronici. Gabrio se ne uscì dal bar senza usare il bagno, ché non se la sentiva di lasciare un pezzo organico di sé in un locale acceso su Rete4. Eccolo di nuovo dentro, lo spirito della protesta.

Passò la porta, pronto a devastarsi ulteriormente i polmoni e ad accompagnare l’attesa di eroici superficiali pensieri, vide arrivare radiosa Carla Puri, con una maglietta celeste che ti faceva vedere di che colore avrebbe dovuto, a cose normali, essere il cielo.

 

(Se non scrivi più, quando scrivi, devi recuperare tempo: e quello che si perde, in genere è la sostanza. Sembra però che sia il mio dovere, la superficialità)

Byebye

P.S. Ho aggiunto un commento "serio" al post, per specificare certe posizioni.

ionontremo88 @ 23:48 | commenti (10)(popup) | commenti (10)

E no che non era finito il tempo in cui vagavi per piazze e assemblee cercando di pacificare le tue ansie studentesche e politiche, convinto che il futuro di tutto dipendesse da te, traendo forza e coraggio e serenità dal tuo impegno e trovandoti però rassegnato e arreso di fronte ai tuoi limiti di tempo voglia testa e dai limiti della tua generazione!

Ma non son bravo io a fare spiegazioni o ad arringare folle. Come diceva Mosè, che era balbuziente e provò a dire a Dio che lui, proprio, non se la sentiva. Però, tutto sommato, era comunque Mosè. E guidò una notevole rivolta contro il faraone e liberò il popolo a prescindere dalla balbuzie.

(perché mi lancerò sempre in questi paragoni idioti)

A volte ci ho provato. Adesso basta. Mi vengono in mente proposte abbastanza stupide ultimamente, come andare a fare le manifestazioni con il grembiulino. Proposte per ridere. Quindi, diciamo, informo e basta.

L’UNIVERSITA’ PUBBLICA STA MORENDO

C’è, a questo link, più o meno tutto quello che c’è da sapere. Ora dovrei dire: vi prego leggete, è importante. Dire così non ha mai funzionato. Non obbligo nessuno.

(la verità vi farà liberi)

 

Oh! Inevitabile fine di un blogger! Che non trova tempo tra il dovere e altri piaceri di trovare le giuste parole da riversare nella rete!

La rete, fortunatamente, produce sempre un senso di abbondanza, mai di mancanza.

Così abbandono per un po’ le mie solite e fottute pretese di esclusività, mi rassegno, e sballo tutto, ritmi, tempi, temi: tutto quello che era necessario per tenere aggiornato uno spazio con i suoi lettori, in cui si pensava e rideva e anche altre cose così.

Non vuol dire che muoio, per carità. Però rassegno le dimissioni da blogger a tempo pieno. A dire il vero è diverso tempo che le dovevo dare. Se non interagisco troppo con voialtri splinderiani e bloggers generici, è perché non ci sono, e quando ci sono (peculiarità di certe gioventù) ho da scrivere e fare blabla per conto mio, e non ho così tanto tempo di affacciarmi sulle finestre delle opinioni altrui. Che Internet, in fondo, sarebbe tanto bello. Sarebbe lo strumento di comunicazione e veicolazione di messaggi migliore in circolazione. E lo è ancora, di fatto. Però boh, non so perché sono peggiorato così tanto. Ok, via. Mi impegnerò.

 

Oggi comunque è risaltato fuori con un paio di compari una storia sulla poeticità urbana, sul mischiare temi aulici a parole metropolitane. Eccone un paio:

 

-         in paradiso c’è la ZTL

-         mi hai rigato la felicità

 

Non faccio la parafrasi, mi sembrano chiare. È così, anche, che si resta vivi. E’ una testimonianza di resistenza spensierata.

Rileggo la seconda volta l’articolone di Bauman su Repubblica, che mi è piaciuto. Poi scrivo il racconto del secolo, e poi, tranquilli, vi faccio sapere.

 

Byebye

ionontremo88 @ 15:48 | commenti (8)(popup) | commenti (8)

I più illusi dalla spiaggia davano per certo un cambio di programma, un’inversione delle disposizioni divine in materia d’andamento naturale delle stagioni, ma i medesimi, sorpresi dalla burrasca, si sono dovuti ricredere.

(Pure le prime febbri ci si sono messe per convincerli)

E così, tutto bello deciso a sopravvivere con una certa dignità a questo nuovo settembre, mi lanciai nella sfida degli haiku. Ne scrivevo molti, un paio al dì, per trovare la giusta concentrazione e pace e buddhità. Tipo:


sospira brezza
al trasloco del cielo:
apro le porte


Ma questo era solo uno dei sistemi di sopravvivenza.

Altro metodo indiscutibile per trovare l’agognata serenità era pensare al nome del commissario straordinario di Alitalia, Augusto Fantozzi.

Altra cosa lodevole è l’avvio del campionato di pallone, col Milan in forma splendida, e mezza Italia in attesa di vedere le prime magie di Ronaldinho, la promessa elettorale del premier di tutti gli Italiani ma soprattutto di quelli di San Siro.

(Poi si ascolta buona musica, si suonicchia pure, e si è stati al cinema a vedere quel grasso panda simpatico).

(Si leggono le poesie di Whitman, e non è cosa da poco, per giungere alla pace)

Mi sono adoperato in osservazioni e riflessioni sul genere umano a partire dal crollo di imperi finanziari e compagnie aeree e sono giunto alla conclusione che entro fine mese dovrò preparare un piano da proporre al sindaco della galassia per risollevare, più che la situazione, la mentalità e l’approccio a certe faccende.

( "Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta. Ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?" C. Bukowski)

Poi ho ri-ri-sploverato Kierkegaard e ho brindato alla di lui memoria.

Ho scritto un maxi articolo sulla Palestina, e mi faranno sapere.

Ho fatto un sito web per la rivista-associazione in cui lavoro (anzi, servo) e credo sia la cosa meglio riuscita in vita mia dopo una rovesciata in una partita di calcetto in cui anche il custode del campo venne a complimentarsi.

Dopo aver letto Galassia Internet di Castells decisi di diventare, non appena avrei avuto le necessarie conoscenze, un hacker.

Ho fatto il fantacalcio, e mi sono distinto per l’acquisto di Papastathopoulos.

Mi promisi di riprendere un vecchio progetto letterario, per convincermi quantomeno di essere in grado di gestire progetti.

Mi augurai di sbagliare, nella vita, quanti più tempi verbali possibile.

Mi domando inoltre se: è più il male che ho fatto o il male che ho passato? Ho elaborato allora una teoria senza dati e senza prove secondo la quale in media si va sempre verso il pari in bilancio.

Questo dì poi al risveglio a cavallo del mio destriero mi recai verso l’aula universitaria, e nel primo gelo, al mio arrivo, appresi di aver perduto i testicoli.

Ho deciso che da oggi ripenserò con una certa serietà a cosa ho voglia di scrivere qui, a quanto sia il caso di essere idioti, a quanto sia giusto esser profondi da dentro l’idiozia, a quanto sia idiota voler parere troppo seri, e a quanto dalla poesia, per quanto ci si provi, non si possa del tutto sfuggire.

byebye

 

-ritornerò puntuale e interessante-

ionontremo88 @ 16:20 | commenti (12)(popup) | commenti (12)

Perché ti avevano raccontato che per fare la rivoluzione serviva coscienza, la dovevi preparare insieme a tutti gli altri. Invece la storia e la prassi ti hanno dimostrato che parte dai pochi estendendosi, per difetto di contenuti, alla massa. Ta-tà, parte l’entusiasmo, il coinvolgimento, l’esplosione. Siamo tutti lì, lottiamo una mezz’ora, nelle barricate, convinti di cambiare il mondo, e poi puff. Finita. Eri partito con le buone intenzioni, la voglia di giustizia e cambiamento. Ma non avevi preparato il terreno per la semina, e ora il raccolto è morto, la terra sciupata. Restano i rimasugli delle tue eroiche gesta: un’altra massa di diversamente infelici e la sensazione che l’entusiasmo fosse troppo immaturo, e che a monte della tua azione, più che delle motivazioni, stesse la voglia di muoversi, in qualsiasi modo, ma la voglia di muoversi.

 

(E così l’innamoramento: non te lo scegli. Ti prende e ti mette in campo, e vibri e ti agiti come un ossesso davanti alle barriere di sicurezza. Ti controlli male. Ti presenti, ti racconti. Dici minchiate, ridi e fai ridere. Sei lì e stai bene bene, o male male, a seconda della rabbia dei celerini col manganello. Però hai gli occhi tappati, senti che il cuore pompa a mille, e ogni momento ha un valore immenso. Ogni momento, non ogni istante: il momento è l’ora, l’istante è compenetrazione subitanea dell’attimo con l’eterno. Te all’eterno, da innamorato, mica ci pensi: ti senti immortale, ma la realtà è che la fiammata non sopravviverà troppo. Ti ritroverai poi alla fine della rivoluzione a fare il tuo bilancio: abbiamo vinto, abbiamo perso. C’erano veramente i presupposti per amare, non c’era un cazzo: solo la voglia di muoversi, in qualsiasi modo, la voglia di smuoversi.)

 

La resistenza ti chiede di fare un sacrificio: quello del tempo. Grosso simpatico vizio umano, la fretta. Cerchiamo sempre di fare quello che c’è da fare in meno tempo di quello richiesto dalla natura delle cose. Spesso ci ritroviamo ad aspettare il futuro con il presente dimenticato. Non costruiamo niente, aspettiamo che ci portino il prefabbricato.

La resistenza invece ti prende per mano e ti cazzotta ben bene, ti fa provare la vita rugosa, quella con la pellaccia, quella che non ti fa brillare gli occhi in ogni istante. Ma che quando te li fa brillare, quando ti concede l’estasi, vale il doppio. Perché è tutto guadagnato, non piovuto dal cielo. Nella resistenza sai che puoi agire di cuore e che la testa però ti aiuterà. Anche a noi fottuti irrazionalisti. Perché ogni gesto lo potrai motivare, e di ogni lacrima e di ogni sorriso vedrai la tua traccia nel tempo. E alla fine, della tua ragione, della tua verità, ne farai liberazione.

 

(Quindi l’amore: sei uscito dall’entusiasmo della rivoluzione dell’innamoramento e ti sei reso conto, che a volte, se si è rapiti, si adorano anche i sassi. Mica scegli. Va da sé. Però questa volta sei uscito dall’innamoramento che ancora respiravi, e piano piano ti rendevi conto che qualcosa c’era. Oltre alla voglia di agitarsi c’era pure la voglia di camminare. E con calma lo ri-afferri, il concetto di istante: attimo, e insieme, eterno. E ci speri da morire, che le resistenza duri per sempre, fino a qualche splendida libertà. Te ne freghi del quando, degli ostacoli e delle mazzate. O meglio, pensi anche alle mazzate, ma sai che la vita nessuno te l’aveva fatta in discesa: ché quando hai assaggiato la felicità guadagnata non te la scordi più, mentre quella casuale, beh.  Quella spesso te la dimentichi, o ne rievochi solo i contorni. Convertire l’entusiasmo in coraggio, senza perdere la voglia di sapere, all’occorrenza, esplodere. Non ragioni più per massime e slogan. Ad ognuno il suo alfabeto. Ma vuoi mettere, ognuno con una vita a prescindere dalla trincea, e con la consapevolezza che la lotta non dura cinque minuti, che storie ci saranno da scrivere.)

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(anche stavolta è rimasto tutto un po' abbozzato, perché a dire le cose a tutto tondo la sostanza si perde nei dettagli)

e vedi un po', uno odia Francesco Alberoni e poi.

già penso al prossimo post per contraddirmi, per studiare rivoluzioni e insurrezioni rock. Ti dicevo.


ionontremo88 @ 11:08 | commenti (9)(popup) | commenti (9)

A questo punto c’è solo una cosa da fare: raccontarlo.
Torni a casa e hai negli occhi i volti dei bambini che hai preso in collo, delle pietre vive che ti testimoniano il loro coraggio, di uomini di speranza, uomini di cultura, uomini di resistenza…persone normali che vivono in un terra che per troppe ragioni, veramente, è santa.
DSC02467La Palestina merita giustizia: il muro della vergogna mangia la loro terra, in nome della sicurezza sono violati i diritti di un popolo senza stato, dove le presunte autorità sono in realtà controllate a distanza da altri. C’è il rischio di sembrare anti-sionisti, anti-semiti, anti-israele. Potrò sembrarlo, ma non voglio rovinarmi nella moderatezza: ora sento di dover dire da che parte sta l’ingiustizia.
Un muro che divide in due uno stato da un altro territorio. Senza rispettare il confine, anzi, superandolo. Il muro serpenteggia tra le case bianche di Beth Lem, le circonda, le isola. Le colonie Israeliane vengono costruite nel territorio palestinese, su delle colline. Circondate da mura di protezione. Si allargano, si espandono. Per la sicurezza.
(quanto la politica della paura va di moda…quante cose si è in grado di fare per la sicurezza)
Poi si incontra la gente: Domani andrò a Gerusalemme sai? Vieni anche tu?
No, non posso. Non possiamo passare di là dal muro. Da anni è così. Servono permessi speciali, ricorrenze particolari, o permessi di lavoro, lunghe attese per i documenti, lunghe file ai check point. Dove si subisce l’umiliazione più grande: dover mostrare dei fogli con scritto chi siamo, il colore della nostra carta d’identità, della targa della macchina, dover passare dai metal detector, dover fare file, dover stare in silenzio per mantenere quello spiraglio di diritto che non è nient’altro che la possibilità di muoversi.
Tutto questo (e non l’inverso) ti porta addirittura a comprendere (esagero) le bombe. Che in fondo il terrorismo è sinonimo di disperazione, più che di odio calcolato, o di matematica violenza.
E si sarebbe nella terra di Gesù, dei Profeti, di Maometto.
E allora è ancora più forte la necessità di denunciare una politica di oppressione, saper fare autocritica, saper vedere la questione in tutta la sua completezza (compreso il mito di Arafat da smontare), e alla fine farsi i propri conti, tirare le fila.
Arrivi sotto quel muro, conosci quella realtà…e non hai dubbi. Devi stare dalla parte degli ultimi. Ne riparli fumando narghilè a casa, pensando ai grandi uomini che ti hanno guidato e alle persone che hai conosciuto. Che nonostante tutto sorridono. Profeti e santi del duemila, che però, rischiano di perdere la speranza.
E la speranza invece c’è, i germi ci sono, la pace non parte mai da una parte sola.
Quel muro crollerà in nome dell’umanità, del bene comune, e non delle fazioni e delle nazioni.
A Gerusalemme ci sarà pace, perché non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace a Gerusalemme. E l’uomo del futuro o sarà uomo di pace, o non sarà.
E camminare all’alba nel deserto, e passare da quei luoghi che sembravano tappe di una favola biblica, ed invece esistono (e se li svuoti dei turisti che fanno foto e schiamazzi) e ti parlano.
E pensi che è da lì che tutto è partito, tanta della storia dell’umanità dipende da quel fazzoletto di terra. Gerusalemme è stata distrutta e ricostruita venticinque volte. Adesso Israele esulta per averla riunificata, portata tutta sotto il suo dominio, in culo alle sentenze e ai richiami della comunità mondiale, in culo alla voce dell’Onu. Gerusalemme è loro adesso: sicura, divisa dal resto. Noi di qua, loro di là. Anzi: loro di là, noi di qua, di là, dove vogliamo. I cartelloni appesi alla porta del muro da Israele ti fanno salire al rabbia: un ironico "Peace be with you" scritto in tante lingue. Compreso l'arabo, che però è coperto da un cumulo di attrezzi.
E quindi c’è da testimoniare, da informarsi e da informare. Da fare critiche ed autocritiche.
Non è inutile, è tutto ciò che in Palestina mi è stato chiesto. Questo è l’inizio.

muroCome sempre qui si ragiona per difetto: è uno spazio nato apposta. Ma ci sarà modo per esser più precisi, dopo che certe partenze definitive avranno smesso di sconvolgere, lasciando liberi dentro, per poter considerare, lucidamente, tutto quanto.

Perdonate stili, contenuti, tutto. Credetemi, non è facile.
E con questa stagione, con il mare e l’ombrellone e il caldo e le ferie, mi sento pure inattuale.
Byebye

(E come sempre, io che dovrei servire, ringrazio gli altri che hanno servito me)


ionontremo88 @ 15:39 | commenti (15)(popup) | commenti (15)